Frassica compie 70 anni “Ho conquistato il pubblico con la comicità surreale”

“A casa ho una stanza che chiamo della sofferenza, dopo uno spettacolo a teatro mi ci rinchiudo dentro e piango. E poi esco per ritornare in teatro”. Nino Frassica usa la sua principale arma, l’ironia, per smentire il più noto tra i luoghi comuni che sembrano condannare chi ha fatto dell’arte del ridere la propria: che i comici nel privato sono tristi. All’Italpress, in questa intervista che celebra i suoi 70 anni (è nato a Messina l’11 dicembre del 1950), si racconta, sfatando alcuni miti, come quello che vorrebbe certi artisti divertenti sotto i riflettori ma malinconici quando le luci si spengono. “E’ una diceria, quando sei in scena ricopri un ruolo, nel privato ci sono momenti in cui devi essere serio, questo è normale, se fai la persona divertente sempre poi c’è il dubbio che sei un po’ scemo. Quelli che vogliono fare gli spassosi 24 ore su 24 hanno qualcosa che non va”.
Frate Antonio da Scasazza di “Quelli della notte”, il maresciallo Cecchini di “Don Matteo”, l’ultimo il giudice Alfonso Giordano protagonista della docufiction trasmessa nei giorni scorsi da Raiuno “Io, un giudice popolare al maxiprocesso”. Molti i personaggi che ha interpretato negli anni, gran parte divertenti ma non tutti. Sta qui forse la sua forza, la sua cifra stilistica, quella di riuscire a interpretare ruoli differenti e renderli tutti credibili?
“Il ruolo di Giordano è stato un ruolo drammatico, ma essendo Giordano una persona simpatica e alla mano mi è stato facile interpretarlo. Da comico mi è venuto facile rappresentare un personaggio dalla grande umanità. D’altronde raramente faccio ruoli drammatici. Anche il maresciallo Cecchini, ad esempio, è uno di noi, è il vicino di casa che ha momenti di allegria e di divertimento ma che però vive un dramma”.
Altro mito da sfatare, quello dei comici morti di fame che vivono non riuscendo a mettere insieme il pranzo con la cena.
“Sono un emigrante partito dalla provincia, ma rispetto a una generazione precedente la mia non ha patito la fame. La mia storia è di uno che ha vissuto di economie, ma non scappavo dagli alberghi o dai ristoranti per non pagare il conto come racconta una certa leggenda di teatranti”.
Il suo successo, almeno il principio della sua carriera, dipende da un bizzarro messaggio lasciato sulla segreteria telefonica di Renzo Arbore.
“Praticamente non essendoci la possibilità di fare provini decisi di lasciare quei messaggi, corti, divertenti, dove neppure facevo il mio nome. Da lì è cominciato tutto: ho fatto la radio, poi nell”85 arrivò ‘Quelli della notte'”.
Come erano quegli anni per la tv ma anche per lei.
“Erano anni molto interessanti, importanti, e sapevo che dovevo giocare bene le mie carte, in caso contrario avrei pregiudicato la carriera. Mi sono impegnato molto”.
La sua comicità nella sua carriera non sembra essere mai cambiata.
“La mia è una comicità surreale, che è anche abbastanza difficile da fare, ma credo che al pubblico piaccia”.
Da poco ha scoperto anche i social, ottenendo un successo sempre crescente, e caso quasi unico sembra immune dalla gratuità dei messaggi degli haters.
“E’ un mezzo che debbo dire ho scoperto da poco, un mezzo che mi permette di proporre nuovi e vecchi sketch. Sui commenti positivi credo che dipenda dal fatto che fortunatamente sono trasversale, piaccio agli anziani, magari grazie a Don Matteo, ma vengo apprezzato dai giovani per via delle cose che faccio con Maccio Capatonda”.
Trasversale anche nel senso che non ha mai voluto schierarsi apertamente in politica. A differenza di qualche suo collega, c’è pure chi ha fondato un movimento. Lei è rimasto sempre distante, anche dalla satira politica.
“Alla fine tutto è politica. Io ho fatto il mio modesto mestiere, ho sempre pensato che fare del qualunquismo non mi andava e ho preferito il surrealismo, il nonsense. E’ stata forse una scelta di comodità. E poi se devi fare satira devi essere sempre informato, aggiornato, devi studiare. Credo che il surrealismo sia più vicino alla poesia che alla satira”.
Però un personaggio politico lo ha interpretato, Giacomo Bartolotta, il consigliere comunale di “Baaria” che chiede maggiori attenzioni agli avversari.
“Quello è un personaggio modernissimo, è uno che aveva capito l’importanza dei media, diceva al protagonista parla di me anche se ne parli male. Parlane male ma parlane”.
Nino Frassica come trascorre i suoi giorni nell’epoca della pandemia?
“Ogni giorno attendo il bollettino alle 18, sono attento a quel diminuire e aumentare dei numeri, mi serve davvero per cercare di capire che sta succedendo, sto a vedere i numeri perché i numeri non sono chiacchiere”.
L’appassiona il dibattito sul Natale, sugli spostamenti, sulle messe?
“Credo che se si chiudono i teatri allo stesso modo si dovrebbero chiudere le chiese. Se si decide di chiudere tutto bisogna farlo totalmente. Perché teatri si e altro no?”.
Come prevede che sarà il futuro del teatro, del cinema e del mondo dello spettacolo quando supereremo la pandemia?
“Credo che si stia accumulando una grande voglia di andare al cinema e al teatro, penso che dopo questa lunga astinenza ci sarà il boom”.
Lei è siciliano trapiantato oramai da tanto tempo a Roma, che giudizio dà dell’Isola?
“Torno spesso e tornerò il prima possibile se mi faranno tornare. Vedo una Sicilia che cresce, e una Sicilia che si è italianizzata, non è un mondo a parte, un corpo estraneo, e come il resto del Paese vive le crisi, i dolori dell’Italia e si adegua”.
Come sarà il 2021 di Nino Frassica?
“L’anno nuovo apre bene, ho pronto un libro, che si chiamerà Vipp, con 2 p. E’ un libro che ho scritto molto comodamente, non è un instant book e racconta festa e festini ma alla mia maniera”.
(ITALPRESS)