Emergenze clima, demografia ed energia ma la politica pensa a vincere i talk

IPA87281696 - Torino. il Po risente di settimane di caldo intenso e siccità: il livello del fiume si è abbassato sensibilmente e, dove la corrente rallenta, alghe e specie vegetali invasive trovano terreno fertile per espandersi.

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – C’è qualcosa di grottesco nel modo in cui l’Italia affronta il tempo nuovo. Mentre cambiano clima, demografia, energia e rapporti di forza mondiali, la politica continua a comportarsi come se la questione decisiva fosse vincere il prossimo talk show.

Il Paese dovrebbe guardare l’orizzonte; i partiti il prossimo sondaggio. Non siamo davanti a emergenze passeggere. Un Paese fragile non può rispondere ad alluvioni, siccità e dissesto contando i danni dopo ogni catastrofe. Una società che invecchia non conserverà pensioni, sanità e crescita distribuendo bonus. E un’Europa stretta fra Stati Uniti, Cina, Russia e nuove potenze non può scambiare la somma delle proprie debolezze nazionali per sovranità. Problemi diversi, stesso vizio: richiedono decisioni lunghe, mentre la politica è diventata cortissima. Qui la demagogia smette di essere folklore e diventa un costo nazionale.

La democrazia vive di conflitto, ma il conflitto non è una religione. Governare non significa considerare abusivo chi ha perso; fare opposizione non significa sabotare per principio chi ha vinto. Quando ogni provvedimento diventa una trincea, ogni compromesso un tradimento e ogni avversario un nemico, non abbiamo una democrazia più vigorosa: abbiamo una democrazia più stupida.

Esistono questioni che andrebbero sottratte alla giostra. Energia: diversificare fonti e fornitori, rafforzare reti e produzione europea. Territorio: prevenzione, manutenzione, acqua, suolo, edilizia sicura; ricostruire porta telecamere, prevenire salva denaro e vite. Demografia: salari, casa, servizi per l’infanzia, lavoro femminile e stabilità dei giovani; perché i figli non nascono per decreto. Europa: difesa, politica estera e industria strategica comuni.

Senza questi strumenti, la parola “sovranità” è scenografia da comizio. Spinelli aveva visto il punto: gli Stati europei possono custodire identità e storia, non fingere un’autosufficienza che non possiedono più. O l’Unione acquista statura politica, oppure resterà un ricco mercato sul quale altri eserciteranno potenza. Potremo sventolare più bandiere: conteremo semplicemente meno. Serve dunque un patto fra maggioranza e opposizioni sulle infrastrutture della nostra sopravvivenza. Competizione durissima sulle soluzioni, continuità sugli obiettivi.

Ma la responsabilità non abita soltanto nei palazzi. Un elettorato che applaude l’insulto e considera il compromesso una resa finisce per selezionare professionisti dell’insulto e dilettanti del governo. Gli avventurieri non cadono dal cielo: vengono convocati dalla paura e dall’illusione che problemi enormi possano avere soluzioni indolori. La scelta è poi questa: continuare la rissa permanente oppure riconoscere che esiste ancora un interesse comune. La storia non aspetta la fine della nostra campagna elettorale. Quando una comunità è troppo occupata a dividersi per decidere il proprio futuro, prima o poi trova qualcun altro disposto a deciderlo per lei.

– Foto Ipa Agency –

(ITALPRESS).

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