ROMA (ITALPRESS) – Negli ultimi giorni si sono svolti due importanti appuntamenti istituzionali: quello di Confindustria, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, e quello della Banca d’Italia, espressione di uno dei sistemi creditizi più solidi d’Europa. Entrambi hanno affrontato il tema della crescita economica. Ma con approcci quasi opposti.
Nell’assemblea degli industriali è andata in scena la consueta elencazione di ciò che non funziona: costo dell’energia, produttività insufficiente, carenza di competenze, infrastrutture inadeguate e denatalità. Problemi reali. Ma la conclusione è apparsa la stessa di sempre: chiedere all’Europa nuove deroghe al Patto di stabilità per rimediare a ciò che si è deteriorato nel tempo.
È il riflesso di una cultura politica che domina il dibattito nazionale. Quando emergono ritardi e inefficienze, la responsabilità viene trasferita altrove. Bruxelles diventa il bersaglio ideale, chiamata a coprire falle che derivano da anni di cattiva amministrazione, riforme rinviate e spreco di denaro pubblico.
La politica dello scaricabarile continua a sostituire quella della responsabilità. Eppure il problema non è la scarsità di risorse. Negli ultimi anni l’Italia ha mobilitato somme enormi. Il vero nodo è il loro impiego. Troppo denaro dei contribuenti è stato disperso in misure prive di effetti duraturi, incentivi occasionali, bonus e interventi incapaci di generare produttività. Si continua a finanziare il consenso invece dello sviluppo.
Di segno diverso il messaggio emerso dall’assemblea di Bankitalia. L’analisi si è concentrata sui punti di forza e di debolezza del sistema produttivo, indicando una direzione precisa: aumentare la produttività, accelerare l’adozione dell’intelligenza artificiale nelle piccole e medie imprese, rafforzare la formazione tecnica e scientifica, ampliare la disponibilità di professionalità qualificate e costruire un mercato finanziario europeo più integrato. Non una richiesta di assistenza, ma una strategia per competere. Non la ricerca di un responsabile esterno, ma la consapevolezza che il futuro dipende dalla capacità di innovare.
A ciò si aggiunge la necessità di una gestione europea dell’energia, delle materie prime strategiche e delle catene di approvvigionamento. Il messaggio finale è stato inequivocabile: se l’Europa vuole evitare di essere schiacciata tra Stati Uniti e Cina deve compiere il salto verso una vera integrazione federale. Le due assemblee indicano dunque due strade.
La prima è quella delle lamentele, delle deroghe e delle giustificazioni. La seconda è quella delle riforme, degli investimenti e della responsabilità. L’Italia possiede eccellenze straordinarie, dalla farmaceutica alla meccanica avanzata, capaci di competere nel mondo. Ma non saranno difese dall’ennesima eccezione contabile. Servono innovazione, capitale, competenze e una forte iniziativa europea.
Le grandi potenze stanno ridefinendo le regole del commercio, della tecnologia e della sicurezza economica. In questo scenario un’Europa divisa è destinata a perdere peso. Per questo l’Italia, Paese fondatore dell’Unione, deve tornare a guidare il processo di integrazione. È tempo di abbandonare la cultura dell’alibi. Non servono nuove scuse. Servono scelte.
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