Agenti dell’ICE sparano e uccidono una donna a Minneapolis. Il sindaco “Andate via da qui”

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – A Minneapolis, a pochi isolati dal luogo dove cinque anni fa l’uccisione di George Floyd accese la miccia del movimento Black Lives Matter, la città torna oggi al centro di una tempesta nazionale. Una donna di 37 anni è stata uccisa durante un’operazione dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). C’è un video, le versioni sono opposte e la tensione è altissima. Secondo il Dipartimento della Sicurezza Interna, un agente avrebbe aperto il fuoco perché la donna avrebbe “usato il veicolo come un’arma” per tentare di investire gli agenti. Ma il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, ha smentito duramente questa ricostruzione in una conferenza stampa appena conclusa, definendola senza mezzi termini “bullshits” (stronzate!) e parlando di “uso sconsiderato del potere dei federali che ha portato alla morte di una persona”. Un’accusa frontale, rivolta non solo all’ICE ma anche all’amministrazione di Donald Trump, che in queste settimane ha intensificato le operazioni federali sull’immigrazione. L’episodio è avvenuto in un quartiere residenziale di classe media, a circa un miglio dal punto in cui Floyd venne ucciso dalla polizia nel 2020. Centinaia di persone si sono radunate sul posto, scandendo slogan per chiedere agli agenti federali di lasciare la città. La deputata democratica Ilhan Omar, che rappresenta il distretto, ha definito la vittima una “osservatrice legale”, aggiungendo un ulteriore elemento di frattura rispetto alla versione federale. Il contesto rende tutto ancora più esplosivo.

Minneapolis e il Minnesota vivono da mesi un clima di forte tensione, alimentato anche da commenti e attacchi razzisti provenienti dalla Casa Bianca contro la comunità somala, molto numerosa nello Stato. A questo si è sommato lo scandalo su alcune fondazioni accusate di frodare i programmi di welfare statali: un caso che la Casa Bianca ha usato per giustificare un maxi-intervento federale. Secondo l’amministrazione, fino a 2.000 agenti potrebbero partecipare all’operazione, destinata a durare settimane. Le autorità locali, però, sembrano ormai su un percorso di collisione aperta con Washington. Il presidente del Consiglio comunale di Minneapolis, Elliott Payne, ha definito la presenza dell’ICE “un fattore di escalation” e ha chiesto esplicitamente che gli agenti federali lascino la città. Anche diversi esponenti democratici dello Stato hanno accusato l’ICE di “seminare caos”. Il governatore Tim Walz ha invitato alla calma, ma senza nascondere la gravità del momento. Durante la conferenza stampa, il sindaco Frey ha lanciato un messaggio doppio. Da un lato, un avvertimento politico durissimo a ICE e a Trump “andatevene affanc…lo da Minneapolis e dal Minnesota” dall’altro un appello ai cittadini: rispondere all’odio e alla violenza non con altra violenza, ma con l’amore. Parole che ricordano da vicino il lessico morale emerso dopo l’uccisione di Floyd, ma che oggi risuonano in un clima ancora più polarizzato. La domanda ora è cosa succederà.

Negli ultimi mesi agenti federali impegnati in operazioni sull’immigrazione sono stati coinvolti in diverse sparatorie, da Chicago a Los Angeles. Almeno dieci casi sono stati segnalati dai media da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Minneapolis rischia di diventare il nuovo epicentro di uno scontro istituzionale e sociale che va ben oltre i confini della città: una prova di forza tra governo federale, autorità locali e una comunità che porta ancora le cicatrici aperte del 2020.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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