di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – In mezzo a produttori, importatori, distributori e incontri d’affari, a Vinitaly.USA è arrivato anche Mario Soldati. Non naturalmente in persona, ma attraverso la sua straordinaria eredità culturale. Il vino italiano non è soltanto una bottiglia da vendere. È storia, territorio, tradizione, letteratura, convivialità. È soprattutto un racconto che rischia di perdersi se la promozione del Made in Italy si riduce a una questione di prezzi, esportazioni e quote di mercato. Proprio su questo si è concentrato l’incontro “The Mario Soldati Experience – Why Great Wine Needs Great Story”,organizzato a New York nell’ambito delle celebrazioni per i 120 anni dalla nascita dello scrittore, giornalista e regista piemontese.
A ricordarne la modernità è stata Chiara Soldati, amministratrice delegata della storica azienda vinicola La Scolca, che ha sottolineato come Mario Soldati sia stato un autentico pioniere della comunicazione enogastronomica.
“Fu il primo a raccontare il vino e il suo territorio attraverso la televisione”, ha ricordato, sottolineando la curiosità dello scrittore per le persone, la natura e le tradizioni regionali, comprese quelle meno conosciute. Con il suo celebre Viaggio nella Valle del Po, Soldati aveva capito qualcosa che oggi sembra quasi rivoluzionario: dietro ogni prodotto c’è una comunità, una storia umana, un’identità da scoprire.
Un’intuizione che acquista particolare significato negli Stati Uniti, dove il vino italiano deve confrontarsi con nuovi consumatori e una concorrenza sempre più agguerrita. Il console generale d’Italia a New York, Giulio Pastorelli, ha insistito proprio sul valore immateriale del Made in Italy. Non basta la qualità del prodotto: occorre saper spiegare ciò che rappresenta. “È fondamentale collegare scienza, cultura e produzione”, ha osservato.
Anche il prezzo di un vino, ha aggiunto, trova una giustificazione nel patrimonio di conoscenze, lavoro e tradizioni che quella bottiglia racchiude. Ma se Soldati fosse vivo oggi, come racconterebbe il vino su Instagram o TikTok? La domanda attraversa idealmente l’intervento di Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di New York, che ha ricordato l’attualità della lezione del grande scrittore e regista.
I social impongono messaggi brevi, immagini immediate e ritmi veloci. Tuttavia, ha osservato Pagliara, la brevità non deve diventare superficialità: anche sui nuovi mezzi di comunicazione il racconto deve conservare la stessa eccellenza del vino che vuole promuovere.
A coordinare il dibattito Silvia Baldini, chef, autrice e vincitrice del programma televisivo americano Chopped, che ha richiamato l’attenzione sulla sfida delle nuove generazioni.
Per conquistare i giovani occorre adattarsi ai loro linguaggi e alle loro abitudini, senza perdere autenticità. È questo, forse, il messaggio più importante emerso dall’incontro: la cultura non è un ornamento del business, ma una delle condizioni per costruirne il futuro.
In un Vinitaly dedicato inevitabilmente anche ai dazi e alle difficoltà del mercato americano, la lezione di Mario Soldati ricorda che il vino italiano possiede qualcosa che nessuna tariffa doganale può cancellare: la sua storia, che bisogna continuare a raccontarla.
-Foto ‘Azienda Agricola La Scolca-
(ITALPRESS).









