ROMA (ITALPRESS) – La Corte d’Appello di Milano, sezione impresa, ha stabilito che l’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto dovrà essere chiusa entro 90 giorni, a causa della presenza di amianto e delle emissioni di polveri sottili superiori a limiti di legge. Nel decreto è stabilito che la sospensione dovrà durare fino a quando non verrà rimosso integralmente l’amianto ancora presente negli impianti e non saranno adottate le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza. Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi a seguito del decreto della Corte d’Appello di Milano.
Il Governo prende atto del provvedimento della Corte di Appello di Milano, che interviene alla vigilia del tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali previsto per domani e che, alla luce di tale decisione, rende tale confronto ancora più necessario. Nonostante i nuovi sviluppi, il Consiglio dei ministri, convocato per questo pomeriggio, conferma lo stanziamento di un’ulteriore tranche del prestito necessaria ad assicurare la continuità operativa dell’azienda in attesa del perfezionamento della cessione con riferimento all’area a freddo.
“Per quanto riguarda l’Ilva, le sentenze sono sentenze e valgono per tutti. La sentenza mi sembra assolutamente chiara sulla chiusura dell’area a caldo. Stiamo valutando, domani c’è l’incontro sui sindacati, ma questo stravolge tutto in una fase di cessione abbastanza avanzata, prossima alla definizione con la controparte”. Così il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti in conferenza stampa al termine del Cdm.
“Quella sull’ex Ilva è l’apoteosi di un approccio giudiziario che ignora la realtà industriale. Pretendere la rimozione dell’amianto dai cowper di un altoforno significa imporre una prescrizione incompatibile con la tecnologia stessa dell’impianto: è come pretendere che un’automobile possa funzionare senza motore – commenta Antonio Gozzi, presidente di Federacciai -. Se gli stessi criteri venissero applicati a tutta la siderurgia europea, gli altiforni del continente sarebbero costretti a fermarsi. È una clamorosa ingiustizia che colpisce solo l’industria italiana, con un’interpretazione delle norme che, nei fatti, rende impossibile produrre acciaio da altoforno. La tutela della salute è un valore irrinunciabile, ma non può tradursi in prescrizioni tecnicamente irrealizzabili che mettono a rischio un settore strategico per il Paese. Di fatto si è scelta la chiusura dell’impianto, con conseguenze gravissime per migliaia di lavoratori, per le loro famiglie e per l’intera filiera dell’acciaio italiano“.
“Prendiamo atto della sentenza della Corte d’Appello di Milano che impone la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento ex-Ilva di Taranto. Siamo consapevoli che questa sospensione, di fatto, potrebbe decretare la morte dello stabilimento, e ribadiamo che si tratta di un risultato che il nostro Paese non si può permettere – afferma in una nota Federmeccanica -. Ridurre l’attività dello stabilimento di Taranto alla sola fase delle lavorazioni a freddo fa il gioco degli operatori stranieri che sono pronti ad arrivare dall’estero per prendersi un mercato senza dubbio decisivo per il funzionamento della manifattura italiana. Condividiamo l’impegno nella direzione dell’acciaio green, e conosciamo anche l’importante lavoro che è stato fatto negli ultimi anni da Acciaierie d’Italia per ridimensionare le emissioni. Con questa consapevolezza ci permettiamo di rinnovare il nostro appello al Governo per impedire questa potenziale catastrofe economica. Nelle scorse settimane abbiamo presentato a Palazzo Chigi una proposta per costruire un progetto a più mani. Crediamo che ci siano i tempi e le condizioni per poterlo realizzare nell’interesse dell’intero Paese. Lo stesso Governo ha gli strumenti per mettere in sicurezza il sito produttivo creando un’area di protezione e consentire il proseguimento dell’attività, come ad esempio è stato fatto per il termovalorizzatore di Acerra. Riteniamo che in un’economia industriale, la seconda manifattura d’Europa, non ci si possa rassegnare al declino e perdere un asset come quello dell’ex-Ilva. È in gioco l’autonomia strategica delle numerose filiere legate all’acciaio“.
– foto IPA Agency –
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