di Andrea Colucci
ROMA (ITALPRESS) – Lo spazio non è più soltanto il luogo delle grandi missioni scientifiche o delle immagini capaci di accendere l’immaginazione. È diventato un’infrastruttura essenziale della vita contemporanea: sostiene comunicazioni, navigazione, osservazione della Terra, sicurezza, servizi pubblici e gestione delle emergenze. Per questo il suo ingresso stabile nelle politiche industriali del Paese rappresenta un passaggio importante, forse persino tardivo, ma ormai non più rinviabile. Il Libro Bianco “Made in Italy 2030”, elaborato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, segna da questo punto di vista una discontinuità significativa.
Accanto alle eccellenze tradizionali, individua nello spazio e nella difesa uno dei nuovi domini del Made in Italy, riconoscendo che la forza produttiva italiana non si misura più soltanto nell’agroalimentare, nella moda, nell’arredo, nell’automazione o nell’automotive.
Esiste anche un Made in Italy tecnologico, meno conosciuto dal grande pubblico ma ad altissimo valore aggiunto, capace di competere nelle filiere più avanzate e di generare innovazione, occupazione qualificata ed esportazioni.
Il merito principale del Libro Bianco è però soprattutto nel metodo. La politica industriale viene letta in una dimensione sistemica: non una sommatoria di incentivi, ma un’azione coordinata tra Stato, imprese, ricerca, territori e formazione. Il concetto di “Stato stratega” non implica un ritorno alla gestione pubblica dell’economia, bensì la capacità delle istituzioni di indicare obiettivi, proteggere le filiere critiche, orientare gli investimenti e accompagnare le imprese nelle transizioni digitale, ecologica e geopolitica. In un mondo nel quale tecnologie, materie prime e catene di fornitura sono diventate strumenti di competizione, la sicurezza economica entra così a pieno titolo nella politica industriale. In questa cornice lo spazio è un banco di prova ideale.
È un settore che richiede programmi pluriennali, grandi infrastrutture, ricerca di frontiera e una domanda pubblica capace di sostenere lo sviluppo di nuovi servizi. Le scelte compiute dal Governo negli ultimi anni sembrano muoversi in questa direzione. La legge italiana sullo spazio, la n. 89 del 2025, ha definito per la prima volta un quadro nazionale per le attività spaziali e per la crescita della Space Economy. L’approvazione del Documento Strategico di Politica Spaziale Nazionale ha poi indicato una prospettiva di medio-lungo periodo.
È un disegno che deve ora misurarsi con i risultati. Lo spazio non può diventare strategico soltanto nelle dichiarazioni: occorre far crescere il mercato dei servizi satellitari per la pubblica amministrazione, sostenere startup e PMI, collegare maggiormente università e imprese, investire nei giovani e utilizzare la domanda pubblica come leva di innovazione. Industria e ricerca: accoppiata vincente Il punto di forza è che il Paese non parte da zero. L’Italia possiede una delle filiere aerospaziali più complete d’Europa: dai satelliti ai lanciatori, dai sistemi di osservazione e telecomunicazione ai moduli abitativi, dalla propulsione ai materiali avanzati, fino alle infrastrutture di prova.
Leonardo, Thales Alenia Space e Telespazio costituiscono alcuni dei principali pilastri industriali; Intorno a questi gruppi opera una rete di imprese specializzate, distretti, università e centri di ricerca che rappresenta il vero patrimonio competitivo nazionale.
Anche la ricerca pubblica svolge una funzione decisiva. Il CIRA, con i suoi impianti sperimentali e le attività sul rientro atmosferico, la propulsione, le piattaforme stratosferiche e l’aviazione sostenibile, è uno dei luoghi nei quali la conoscenza scientifica diventa tecnologia trasferibile all’industria. A questa eccellenza collettiva si aggiungono storie individuali che hanno un forte valore simbolico.
La scelta di Luca Parmitano come pilota di Artemis III è il riconoscimento di un’esperienza straordinaria, ma anche della credibilità conquistata dall’Italia e dall’Europa nei programmi più complessi dell’esplorazione umana. Il suo ruolo nella missione lunare mostra quanto formazione, ricerca, affidabilità e cooperazione internazionale possano portare un italiano ai vertici dell’avventura spaziale contemporanea.
In questi giorni molte di queste competenze vengono presentate al Farnborough International Airshow, vicino Londra, uno dei principali appuntamenti mondiali dell’aerospazio. La presenza italiana non è una semplice vetrina commerciale: è la rappresentazione concreta di una filiera che comprende grandi gruppi, PMI, distretti e centri di ricerca. Leonardo, Avio, Avio Aero, Thales Alenia Space, Telespazio, MBDA Italia, ELT Group, Piaggio Aerospace e numerose altre realtà portano a Farnborough prodotti, tecnologie e capacità progettuali maturate in decenni di attività.
Il CIRA vi presenta tre applicazioni particolarmente significative: una piattaforma stratosferica progettata per operare con persistenza a circa venti chilometri di quota; il Body Flap di Space Rider, realizzato con materiali ceramici avanzati per resistere alle condizioni estreme del rientro atmosferico; e la camera di combustione monolitica OMOP, prodotta con tecniche additive per motori spaziali più leggeri, affidabili ed efficienti.
Tre esempi diversi, uniti dalla capacità di trasformare la ricerca in tecnologie strategiche. Farnborough dimostra dunque che le eccellenze italiane esistono già. Il compito della politica è metterle nelle condizioni di crescere insieme, senza dispersioni e senza interruzioni.
Il Libro Bianco e la nuova strategia spaziale indicano una direzione: riconoscere nello spazio una componente essenziale del nuovo Made in Italy. Ora occorre dare continuità a quella scelta, perché in orbita non si gioca soltanto una partita scientifica, ma una parte decisiva della sovranità tecnologica, della competitività e del futuro industriale del Paese.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).










