La Corte Suprema difende l’anima dell’America da Trump

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Per Donald Trump non è soltanto una sconfitta giudiziaria. È una sconfitta storica, politica e simbolica. Con una decisione di sei voti contro tre, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto il tentativo del presidente di cancellare, con un semplice ordine esecutivo, uno dei pilastri dell’identità americana: la cittadinanza automatica per chi nasce sul territorio degli Stati Uniti, sancita dal XIV Emendamento della Costituzione nel 1868. A firmare l’opinione della maggioranza è stato lo Chief Justice John Roberts, affiancato dai tre giudici progressisti Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, ma anche da due giudici conservatori: Amy Coney Barrett, scelta proprio da Trump nel 2020, e Neil Gorsuch, nominato dallo stesso Trump sempre nel suo primo mandato. Hanno invece dissentito Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh.

Negli ultimi anni Roberts è stato spesso accusato dai liberal di aver progressivamente spostato la Corte verso destra, ma questa volta il presidente supremo ha ricordato un principio che considera non negoziabile: la Costituzione non può essere riscritta attraverso un ordine esecutivo. Nel suo parere Roberts richiama la storia del XIV Emendamento e ricorda che la clausola sulla cittadinanza fu introdotta dopo la Guerra Civile proprio per impedire che il potere politico decidesse arbitrariamente chi potesse essere considerato americano. “La cittadinanza”, scrive Roberts, “era allora, ed è oggi, il diritto ad avere diritti”. Una frase destinata a entrare nella storia della giurisprudenza americana.
La decisione rappresenta probabilmente il più duro colpo finora inflitto al progetto ideologico del movimento MAGA.

Trump non voleva semplicemente limitare l’immigrazione clandestina. Voleva ridefinire il significato stesso dell’essere americano. La sua teoria era che i figli di immigrati irregolari non fossero realmente “soggetti alla giurisdizione” degli Stati Uniti e quindi non potessero beneficiare della cittadinanza automatica prevista dal XIV Emendamento. La Corte ha demolito questa interpretazione. Per Roberts l’espressione “subject to the jurisdiction thereof” significa semplicemente essere soggetti alle leggi americane. E i figli degli immigrati, naturalmente, lo sono esattamente come tutti gli altri, ad eccezione dei figli dei diplomatici stranieri, che godono di immunità. È una distinzione fondamentale. Gli Stati Uniti sono diventati la prima potenza economica mondiale anche grazie a un modello di integrazione unico: ogni nuova generazione nata sul suolo americano diventa immediatamente parte della nazione.

Come sosteneva pure il presidente conservatore Ronald Reagan, è questo continuo ricambio di energie, idee e immigrazione ad aver costruito l’America moderna e continuare a renderla più forte. Trump invece ha sempre raccontato una storia diversa: quella di un Paese minacciato dagli immigrati e costretto a difendersi perfino dai bambini che nascono sul proprio territorio. La Corte Suprema gli ha appena ricordato che quella non è la storia scritta nella Costituzione. La reazione del presidente è stata immediata. Su Truth Social Trump ha definito la decisione “un male per il nostro Paese”, sostenendo che il Congresso potrebbe comunque abolire la cittadinanza per nascita con una legge ordinaria e invitando i parlamentari repubblicani ad agire rapidamente. È un’affermazione che contrasta proprio con la logica della sentenza firmata da Roberts, secondo cui il diritto di cittadinanza nasce direttamente dal XIV Emendamento e non può essere cancellato da una semplice maggioranza parlamentare.

Insomma, il 2025 consegna all’Inps una fotografia fatta di luci e ombre. Le luci sono quelle di un sistema previdenziale che, almeno per ora, continua a reggere meglio del previsto e archivia l’anno con un patrimonio più robusto. Le ombre riguardano un welfare che si espande sempre di più, una spesa assistenziale in costante crescita e quella montagna di contributi mai riscossi che continua a rappresentare uno dei punti più fragili dell’intero sistema. Per il momento i conti sorridono. Ma la vera sfida, più che chiudere un bilancio in utile, sarà riuscire a mantenere questo equilibrio quando l’Italia sarà ancora più anziana, con meno lavoratori a finanziare un numero sempre maggiore di pensionati. È una partita che non si gioca in un solo esercizio contabile, ma nel prossimo decennio.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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