Serve un patto sociale anche per governare l’IA

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – Da mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale occupa conferenze, parlamenti, università e conversazioni quotidiane. Oggi, però, la discussione si è spinta oltre: non si parla più soltanto di IA, ma della possibile nascita di una superintelligenza capace di apprendere, decidere e intervenire in campi sempre più vasti della vita umana.

C’è chi teme la scomparsa di milioni di posti di lavoro, chi intravede un impoverimento della capacità critica individuale e chi immagina un futuro nel quale le macchine finiscano per orientare le scelte degli uomini, condizionandone libertà e autonomia. Eppure non è la prima volta che l’umanità si trova davanti a un simile bivio. Dalla scoperta del fuoco alla macchina a vapore, dall’elettricità alla rete globale, ogni salto tecnologico ha generato entusiasmi e timori. Sempre la stessa domanda accompagna il progresso: la tecnica sarà uno strumento di emancipazione o un mezzo di dominio? La risposta non è mai stata scritta dentro le invenzioni, ma nella capacità delle società di governarle. Un coltello può tagliare il pane o ferire; allo stesso modo ogni innovazione porta con sé possibilità opposte. Sta alla responsabilità collettiva indirizzarne l’uso.

La vera questione, allora, è duplice. Da una parte vi è la necessità di adattarsi ai cambiamenti, sviluppando competenze nuove e un apprendimento continuo capace di accompagnare l’evoluzione tecnologica. Chi non investe nella conoscenza rischia di essere travolto dalla velocità della trasformazione. Dall’altra parte emerge il tema decisivo delle regole pubbliche. Gli Stati democratici non possono limitarsi a inseguire l’innovazione: devono orientarla, fissando limiti chiari a chi detiene immense quantità di dati e capitale finanziario.

I segnali di squilibrio sono già evidenti. Le grandi piattaforme digitali, nate come strumenti utili e persino liberatori, hanno accumulato un potere enorme, influenzando consumi, linguaggi, relazioni sociali. Il rischio di nuovi oligopoli tecnologici è concreto. Dietro la promessa di connessione universale può nascondersi una forma inedita di neo-feudalesimo digitale, nella quale pochi soggetti globali controllano conoscenza, mercati e informazione. Per evitare questa deriva servono scelte nette. Occorrono norme rigorose sulla proprietà e sull’uso dei dati, politiche antitrust efficaci e una forte tutela della concorrenza. Ma non basta ancora. La rivoluzione dell’IA deve coinvolgere direttamente il lavoro e la democrazia economica. È necessario favorire la partecipazione dei lavoratori alle decisioni e ai risultati delle imprese tecnologiche, destinando una quota dei profitti alla formazione permanente e alle politiche attive del lavoro, così da accompagnare il passaggio dal vecchio al nuovo impiego senza abbandonare nessuno.

L’imminente stagione della super IA impone dunque un nuovo patto sociale: diritti e doveri coerenti, merito riconosciuto, contrattazione moderna e un welfare capace di rendere le persone autonome, non dipendenti. Solo così l’innovazione potrà restare uno strumento di progresso condiviso. Altrimenti il rischio è che la tecnologia, nata per ampliare le possibilità umane, finisca invece per restringerle.

– Foto Pexels –

(ITALPRESS).

 

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