di Andrea Colucci
ROMA (ITALPRESS) – C’è qualcosa di teneramente umano nel fatto che, appena il Pentagono apre uno scatolone di file sugli UFO, noi alziamo tutti gli occhi al cielo con l’aria di chi aspetta il vicino di casa intergalattico. Ci immaginiamo subito l’astronave parcheggiata dietro la Luna, l’alieno con il passaporto galattico e magari una multa per divieto di sosta in orbita bassa. Poi, però, arriva la parte meno cinematografica: nei documenti desecretati per iniziativa del presidente Donald Trump ci sono video, rapporti, fotografie, testimonianze e molte domande ancora senza risposta. La nuova pagina governativa dedicata agli UAP – gli Unidentified Anomalous Phenomena, per evitare la parola UFO che suona troppo da drive-in anni Cinquanta – promette altri rilasci progressivi e una trasparenza finora inedita. La stampa statunitense e internazionale ha raccontato la pubblicazione dei primi fascicoli, richiamando episodi storici e più recenti: osservazioni degli astronauti Apollo, oggetti di forma insolita, luci, tracce, fenomeni non identificati. Ma, al netto del fascino, questi file sembrano dirci soprattutto una cosa: il cielo non è più un vuoto romantico, è diventato un ambiente affollato, conteso, trafficato. E qui l’ironia lascia il posto a una domanda molto concreta: siamo sicuri che il problema principale, lassù, siano gli alieni? Perché mentre cerchiamo eventuali visitatori extraterrestri, i veri inquilini rumorosi dello spazio siamo già noi.
Satelliti attivi, satelliti spenti, stadi di razzi, frammenti di collisioni, bulloni, schegge, residui: un condominio orbitale nel quale nessuno ha ancora scritto davvero il regolamento di assemblea. L’Agenzia spaziale europea stima che circa 40.000 oggetti siano oggi tracciati dalle reti di sorveglianza, mentre il numero dei frammenti più piccoli, ma comunque pericolosi, è immensamente superiore. Per questo, nel 2024, ha lanciato una call to action internazionale chiamata “Zero Debris Charter” impegnandosi a contribuire all’obiettivo di un ambiente orbitale sostenibile entro il 2030. Per l’Italia ha aderito il CIRA, il Centro Italiano Ricerche Aerospaziali. La NASA ricorda che in orbita bassa un detrito può viaggiare a 7-8 chilometri al secondo e che l’impatto medio con un altro oggetto spaziale può raggiungere velocità ancora più elevate: abbastanza per trasformare una briciola tecnologica in un proiettile. È la nuova frontiera dell’ecologia spaziale: non solo guardare la Terra dallo spazio per capire quanto sia fragile, ma guardare lo spazio dalla Terra per capire quanto lo stiamo già consumando. La crescita della Space Economy, l’ingresso prepotente degli imprenditori privati e la proliferazione delle mega costellazioni promettono servizi straordinari: connessione globale, osservazione climatica, telemedicina, navigazione, sicurezza, ricerca.
Ma ogni promessa tecnologica porta con sé una responsabilità ambientale. Lo spazio, infatti, non è una discarica elegante perché illuminata dalle stelle; è una risorsa finita, almeno nelle orbite utili all’uomo. Se le orbite terrestri si saturano, non perdiamo soltanto qualche sogno da fantascienza: rischiamo di compromettere infrastrutture essenziali per comunicazioni, meteorologia, protezione civile, agricoltura, monitoraggio ambientale e sicurezza. Patrizia Caraveo, astrofisica di caratura internazionale, nel suo libro Ecologia spaziale, richiama proprio questo punto: le orbite si stanno riempiendo in modo preoccupante e l’assenza di regole certe sul numero dei satelliti può produrre veri ingorghi orbitali. Il tema non è fermare la corsa allo spazio, ma impedirle di ripetere gli errori commessi sulla Terra. Abbiamo imparato tardi che mari, fiumi, atmosfera e suolo non erano serbatoi infiniti; sarebbe paradossale arrivare sulla Luna o su Marte con la stessa mentalità del trasloco disordinato. Il nuovo ambientalismo spaziale dovrebbe nascere da qui: dall’idea che anche il cosmo prossimo abbia bisogno di cura, limiti, responsabilità, manutenzione.
Significa progettare satelliti che a fine vita rientrino o vengano rimossi, sviluppare tecnologie per il recupero dei detriti, ridurre i rischi di collisione, condividere dati, coordinare traiettorie, rendere più sostenibili lanci e propellenti. Significa anche misurare l’impatto dell’intero ciclo di vita delle attività aerospaziali, come già avviene nel dibattito sulla transizione ecologica dell’aviazione: efficienza, materiali, carburanti sostenibili, riusabilità, sicurezza, certificazione. Il settore aerospaziale, del resto, è insieme parte del problema e parte della soluzione. Ma proprio perché ci aiutano a difendere la Terra, non possono essere l’alibi per sporcare lo spazio che li ospita. Qui entra in gioco la governance: regole internazionali, standard tecnici, responsabilità degli operatori pubblici e privati, obblighi di fine missione, criteri di sostenibilità e meccanismi di controllo. La libertà di innovare non può trasformarsi nella libertà di occupare ogni orbita disponibile fino a renderla inutilizzabile per chi verrà dopo. In questo senso lo spazio è già un bene comune intergenerazionale. Non appartiene soltanto alle potenze che lanciano, alle aziende che investono, agli Stati che competono o ai miliardari che sognano colonie marziane.
Appartiene anche ai bambini di oggi che, diventati uomini, useranno domani dati satellitari per prevedere alluvioni, orientare raccolti, studiare il clima o semplicemente guardare un cielo non cancellato dalle nostre infrastrutture. La notizia dei file sugli UFO, dunque, può essere letta come una curiosa coincidenza: se un giorno davvero arrivasse un visitatore extraterrestre, forse non gli dovremmo mostrare soltanto i monumenti, i musei e la pizza napoletana. Dovremmo anche spiegargli perché, prima ancora di abitare stabilmente altri mondi, abbiamo già disseminato l’anticamera orbitale di ferraglia ad altissima velocità. La buona notizia è che siamo ancora in tempo per scrivere un galateo dello spazio: meno spettacolare di un disco volante, ma molto più utile. Alla fine, il vero mistero non è se qualcuno ci osservi da lontano. Il mistero è se saremo capaci di comportarci, almeno nello spazio, come una specie intelligente.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









