Maternità in Italia, ha un impiego solo il 58,4% delle mamme con figli in età prescolare

ROMA (ITALPRESS) – In Italia, nonostante il crescente dibattito pubblico attorno al tema, la maternità si traduce ancora in un equilibrio fragile tra occupazione e carico di cura, tra desiderio e rinuncia, con carriere che si fermano o rallentano e difficoltà a rientrare nel mercato del lavoro. È la fotografia che emerge dall’XI edizione del Rapporto “Le Equilibriste, la maternità in Italia” diffuso oggi a pochi giorni dalla Festa della Mamma ed elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children – l’Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro – che anno dopo anno racconta una realtà che fatica a migliorare. A fronte di una costante diminuzione delle nascite (nel 2025 se ne registrano circa 355 mila con una flessione del -3,9% in un anno) e un tasso di fecondità di 1,14 figli per donna, ben al di sotto della soglia di sostituzione e della media UE (1,34 nel 2024), l’età media al parto raggiunge i 32,7 anni e le madri under 30 sono una minoranza esigua. Quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. In Italia la penalizzazione associata alla maternità è pari al 33%, con effetti significativi e persistenti nel tempo. Guardando in particolare ai salari, nel settore privato le madri registrano una penalizzazione che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio, mentre nel settore pubblico la penalizzazione è più contenuta (5%), ma comunque rilevante.

Rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro, dai dati si evince che mentre gli uomini con figli sono più presenti nel mercato del lavoro degli uomini senza figli, per le donne avere figli è associato a una minore occupazione lavorativa. Se il 78,1% degli uomini tra i 25 e 54 anni senza figli è occupato, con una percentuale che si attesta al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore (92,9% per chi ne ha uno e 92,7% per chi ne ha due o più), per le donne della stessa fascia d’età la situazione è molto diversa: lavora il 68,7% tra quelle senza figli, ma la quota scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne (67% per chi ne ha uno e 58,8% con due o più). Il tasso di occupazione scende ancora per le madri con almeno un figlio in età prescolare (58,2%). Rispetto agli scorsi anni, a fronte di un incremento dell’occupazione, anche femminile, sono proprio le donne e in particolare le madri, a beneficiare di meno del trend positivo: tra le donne 25-54enni con almeno un figlio minore, l’occupazione nel 2025 rispetto al 2024 è aumentata dello 0,1%, mentre l’aumento è dello 0,9% per gli uomini nelle stesse condizioni. Le differenze territoriali sono marcate: tra le madri 25-54enni con almeno un figlio minore il tasso di occupazione si attesta al 73,1% al Nord e 71% al Centro, mentre nel Sud e isole scende al 45,7%.

Un fattore di protezione risulta essere il titolo di studio: tra le madri con figli minori il tasso di occupazione cresce in modo netto per le più istruite, dal 37,7% tra le donne con al massimo la licenza media, al 62,8% tra le diplomate, fino all’85,4% tra le laureate. Il pianeta maternità è caratterizzato anche dal part-time: ne fanno ricorso il 32,6% delle donne 25-54enni con almeno un figlio minore (di cui l’11,7% è part-time involontario), contro il 3,5% dei padri nella stessa condizione. In aumento la quota di donne occupate con contratti a termine da almeno 5 anni (da 17,4% a 19,1%). “La lettura dei dati ci restituisce la fotografia di un Paese in cui la maternità resta ancora uno dei principali fattori di disuguaglianza. Viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della genitorialità in modo sproporzionato sulle donne, come il rapporto Le Equilibriste denuncia da undici anni. Nel 2026 dobbiamo ancora rimarcare come la situazione delle madri in Italia sia addirittura peggiorata rispetto agli scorsi anni. Nonostante gli impegni annunciati, aumentano le dimissioni delle neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora e non è inserita in percorsi di formazione”, ha dichiarato Antonella Inverno, Responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia.

Dal rapporto di Save the Children emerge che la maternità prima dei 30 anni è oggi sempre più rara e rappresenta un’eccezione: in Italia, nel 2025, le mamme tra i 20 e i 29 anni sono circa 300 mila, pari al 2,9% del totale delle mamme. Solo il 6,6% dei giovani nella stessa fascia d’età è genitore. Se la presenza di genitori tra i 20 e i 29 anni è distribuita in modo relativamente uniforme sul territorio nazionale, con differenze contenute e valori solo leggermente più elevati nel Nord, è invece nella partecipazione al lavoro che emerge un divario netto, soprattutto tra uomini e donne. In Italia, nel settore privato il 25% delle madri under35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio, contro il 12% delle over35. Tra i 20-29enni, l’occupazione maschile aumenta con la genitorialità: lavora l’87,2% dei padri contro il 52,6% degli uomini senza figli, mentre per le donne accade l’opposto, con un tasso di occupazione pari al 42% tre le giovani senza figli e al 33,4% tra le madri. Il divario si amplia ulteriormente con l’aumentare dei figli: tra chi ne ha due o più, risultano occupati l’83,7% dei padri contro appena il 23,2% delle madri. La distanza si riflette anche nei livelli di inattività: tra i genitori 20-29enni è inattivo il 59,8% delle madri (che aumenta al 70% con due o più figli), contro appena il 6,2% dei padri (in flessione al 5,8% con due o più figli).

In questo gruppo, tuttavia vi possono essere anche mamme ancora alle prese con gli studi, mentre tra le mamme giovanissime, tra i 15 e i 29 anni, il 60,9% non studia, non lavora e non è inserita in alcun percorso di formazione (NEET), contro l’11,3% dei padri. Anche se l’81,8% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di voler diventare genitore in futuro, questo desiderio fatica a tradursi in scelte concrete nel breve periodo. Tra le donne della stessa fascia d’età, il 14,8% prevede di avere un figlio entro tre anni (11,4% “probabilmente sì” e 3,4% “certamente sì”), quota superiore a quella dei coetanei maschi. Le intenzioni crescono nella fascia 25-34 anni, raggiungendo il 41,6% tra le donne e il 35,7% tra gli uomini, ma restano indicative di una progettualità che si consolida solo con l’avanzare dell’età. Tra le under35 aumentano sia le migrazioni all’estero sia quelle interne: in 10 anni, dal 2014 al 2024 le expat sono aumentate del 125%, arrivando a rappresentare quasi una giovane su dieci. Ancora più preoccupante è però la mobilità interna: secondo un approfondimento a cura di Svimez contenuto nel rapporto, le migrazioni femminili 25-34 anni, come quelle maschili, seguono quasi esclusivamente la direttrice Sud-Nord. Sempre tra il 2014 e il 2024, oltre 200mila under35 del Mezzogiorno si sono trasferite al Centro-Nord, aggravando il declino demografico del Sud, dove nel 2025 le nascite calano del 5%, più che ne resto del Paese.

“Per sostenere davvero la genitorialità è fondamentale adottare politiche strutturali, fondate su interventi integrati: occupazione stabile, servizi per l’infanzia accessibili e di qualità, adeguati strumenti di sostegno economico e percorsi di autonomia abitativa per le giovani generazioni. Serve rafforzare un welfare coerente e coordinato lungo tutto l’arco della vita, insieme a un’organizzazione del lavoro compatibile con le responsabilità familiari”, afferma Giorgia D’Errico, Direttrice Affari pubblici e Relazioni istituzionali di Save the Children, sottolineando come “la condivisione della cura rappresenti una leva decisiva per ridurre le disuguaglianze di genere e rendere sostenibile la maternità. In questa direzione, è fondamentale riformare il sistema dei congedi per garantire una reale equità tra genitori, introducendo congedi paritari come diritto individuale. Allo stesso tempo, va potenziato il sistema educativo 0-6, assicurando servizi di qualità omogenei su tutto il territorio, continuità tra nidi, scuole dell’infanzia e percorsi scolastici successivi, e una piena integrazione con i servizi del territorio”. Il Rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” propone anche quest’anno il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con l’ISTAT, che misura le condizioni delle madri attraverso 7 ambiti – Demografia, Lavoro, Rappresentanza, Salute, Servizi, Soddisfazione soggettiva e Violenza – utilizzando 14 indicatori provenienti da diverse fonti del sistema statistico nazionale.

In questa edizione la regione più “amica delle madri” è l’Emilia-Romagna (110,115), seguita dalla Provincia Autonoma di Bolzano (106,334) e dalla Valle d’Aosta (105,718), che torna sul podio dopo il forte arretramento registrato nell’edizione precedente. Segnali di miglioramento si osservano per il Piemonte, che sale dal 12° all’8° posto (103,473), e per la Calabria, che guadagna due posizioni, passando dal 18° al 16° posto (94,197). Al contrario, si registrano arretramenti nel Nord-Est: il Friuli-Venezia Giulia scende dall’8° al 13° posto (100,801) e il Veneto dal 9° al 12° (100,978), evidenziando un indebolimento relativo nel confronto nazionale. Perdono terreno anche il Molise, che scivola dal 15° al 17° posto (94,177), e il Lazio, che passa dal 6° al 9° posto (103,469). Nel Mezzogiorno il quadro resta complessivamente stabile e su livelli inferiori alla media nazionale (101,460): l’Abruzzo, con un valore pari a 99,259, si conferma la regione meglio posizionata tra quelle meridionali (14° posto), mentre in fondo alla classifica si collocano la Basilicata (92,276), la Puglia (92,226) e la Sicilia (91,930). Nel complesso, la situazione italiana mostra un lieve peggioramento rispetto agli ultimi due anni: l’indice nazionale scende a 101,460, in calo rispetto al 102,635 del 2024 e al 102,002 del 2023. Una flessione riconducibile in particolare al peggioramento delle dimensioni della demografia, del lavoro e della salute.

Anche la dimensione Demografia del Mothers’ Index registra un peggioramento: nel 2025 l’Italia si attesta a 94,857 punti, in calo di oltre 5 punti rispetto al 2022 e al 2023 e di 3,4 punti sull’ultimo anno. Il dato riflette il continuo calo della fecondità, con il numero medio di figli per donna che resta su livelli bassi in tutto il Paese. In questo quadro, la Provincia Autonoma di Bolzano si conferma al primo posto (130,0), seguita da altre regioni con valori superiori alla media nazionale, tra cui la Provincia Autonoma di Trento (104,286), la Sicilia (102,571) e la Campania (101,714). Solo in pochi territori si osservano segnali di crescita: nel 2025 il numero medio di figli per donna aumenta infatti soltanto nella Provincia Autonoma di Bolzano e in Valle d’Aosta (93,143), mentre nelle Marche resta stabile (92,286). La dimensione Lavoro del Mothers’ Index registra un peggioramento netto in tutte le regioni: nel 2025 l’Italia scende a 88,3 punti, con un calo di oltre 11 punti rispetto al 2022 e di quasi 10 punti sull’ultimo anno. A pesare sono soprattutto l’aumento della precarietà, con la quota di donne occupate in lavori a termine da almeno 5 anni salita dal 17,4% al 19,1%, e la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate. Migliora solo il part-time involontario, in lieve diminuzione, ma non basta a compensare il peggioramento complessivo. Si registrano, pertanto, arretramenti anche significativi in diversi territori.

È il caso della Valle d’Aosta, che perde ben 10 posizioni rispetto all’anno precedente (da 9° a 19° posto; 75,975), e del Piemonte, che scende dal 2° al 10° posto (87,393). In cima alla classifica del dominio lavoro si collocano le Marche, al 1° posto (99,768), seguita da Toscana (97,258) e Molise (94,938), mentre in coda si trovano la Valle d’Aosta, al 19° posto appunto (75,975), seguita da Friuli-Venezia Giulia (73,407) e Provincia Autonoma di Bolzano (38,639). A differenza dei cali, i miglioramenti registrati in alcune regioni risultano più contenuti e non compensano le perdite. Un arretramento diffuso che conferma come, da Nord a Sud, per le madri diventi sempre più difficile restare nel mercato del lavoro. La dimensione della Rappresentanza mostra un miglioramento complessivo: nel 2025 l’Italia raggiunge un valore di 108,108, segnalando una crescente partecipazione delle donne alla vita politica a livello locale. Un progresso che però resta disomogeneo. A guidare la classifica è l’Umbria (145,586), al 1° posto, che registra anche l’incremento più marcato degli ultimi anni, seguita dal Piemonte e Lazio (134,054 per entrambe) al 2° posto, dalla Provincia Autonoma di Trento (131,892) e dall’Emilia-Romagna (124,685). Buoni livelli si registrano anche in Veneto (123,423) e in Lombardia (110,450) mentre si mantengono su valori più contenuti altre aree del Paese. In coda si collocano Basilicata e Molise (85,586 per entrambe).

Tra le regioni con valori inferiori alla media, solo il Friuli-Venezia Giulia (94,234) al 17° posto, si colloca al di fuori del Mezzogiorno, confermando una maggiore difficoltà delle regioni del Sud nel rafforzare la presenza femminile negli organi politici. La dimensione della Salute restituisce un quadro articolato e solo lievemente in peggioramento: nel 2025 l’Italia si attesta a 101,023, in calo rispetto al 101,739 dell’anno precedente, a causa soprattutto dell’aumento del quoziente di mortalità infantile, passato da 2,52 a 2,61 per 1.000 nati vivi. A guidare la classifica è la Provincia Autonoma di Bolzano (131,623) al 1° posto, grazie a un’offerta di consultori nettamente superiore alla media nazionale seguita dall’Emilia-Romagna (116,604) al 2° posto, e dalla Valle d’Aosta (111,857) al 3° posto. Tra le performance più interessanti si segnalano anche alcune regioni del Mezzogiorno che si collocano sopra la media nazionale, come la Sardegna (110,240) al 4° posto, la Basilicata (109,079) al 5° posto, l’Abruzzo (103,059) al 10° posto, e la Puglia (102,625) all’11° posto. In coda alla classifica si collocano invece la Campania (90,271) al 21° posto, la Provincia Autonoma di Trento (91,912) al 20° posto, e la Sicilia (92,554) al 19° posto. Un quadro che evidenzia dinamiche territoriali meno lineari rispetto ad altre dimensioni, con alcune realtà del Mezzogiorno più performanti e criticità diffuse anche in aree tradizionalmente più forti.

La dimensione dei servizi registra un miglioramento complessivo: nel 2025 l’Italia raggiunge un valore medio di 106,543, con un rafforzamento dell’offerta su prima infanzia, tempo pieno e mensa scolastica. In testa si collocano la Provincia Autonoma di Trento (135,926) al 1° posto, la Valle d’Aosta (133,223) al 2° e la Provincia Autonoma di Bolzano (129,772) al 3°, seguite da Friuli-Venezia Giulia (125,948), Toscana (125,346) ed Emilia-Romagna (125,028). Dal punto di vista territoriale, nessuna regione del Centro è sotto la media nazionale, mentre nel Mezzogiorno solo la Sardegna (112,193) la supera. Più critico il quadro nelle altre regioni del Sud, dove l’offerta pubblica di servizi per la prima infanzia resta molto limitata: Campania, Calabria e Sicilia si fermano rispettivamente al 6,9%, 5,9% e 7,9% di presa in carico, contro una media nazionale del 18,5%. Tra i dati più significativi, il Friuli-Venezia Giulia raggiunge il 40,5%. La dimensione della Soddisfazione Soggettiva delle donne evidenzia differenze marcate tra territori, con un divario tra primo e ultimo posto che supera i 47 punti. Al primo posto si colloca la Provincia Autonoma di Bolzano (135,398), seguita dalla Valle d’Aosta (121,520) al 2° posto e dalla Provincia Autonoma di Trento (117,420) al 3° posto. Su livelli medio-alti si collocano anche l’Umbria (113,260) al 4° posto, le Marche (112,758) al 5° posto e il Piemonte (110,906) al 6° posto.

In coda si trovano la Puglia (88,339) al 21° posto, preceduta da Campania (88,756) al 20° posto e Calabria (88,866) al 19° posto. Infine, la dimensione della Violenza – che misura la presenza di centri antiviolenza e case rifugio per 100.000 donne – evidenzia una distribuzione fortemente disomogenea sul territorio e mostra una sostanziale stabilità nel tempo. Al primo posto si conferma nuovamente, il Friuli-Venezia Giulia (143,073), seguito dalla Provincia Autonoma di Bolzano (130,076) al 2° posto, e dall’Emilia-Romagna (129,924) al 3° posto. Su livelli elevati si collocano anche la Valle d’Aosta (125,542) al 4° posto, la Lombardia (122,972) al 5° posto e l’Abruzzo (121,159) al 6° posto. La Provincia Autonoma di Trento e la Basilicata, (entrambe con un valore di AMPI di 84,131), chiudono la graduatoria di questo dominio all’ultima posizione.

– foto Francesca Leonardi da ufficio stampa Save the Children –

(ITALPRESS).

Vuoi pubblicare i contenuti di Italpress.com sul tuo sito web o vuoi promuovere la tua attività sul nostro sito e su quelli delle testate nostre partner? Contattaci all'indirizzo [email protected]