Senza direzione, la spesa italiana non diventa crescita

di Raffaele Bonanni

ROMA (ITALPRESS) – L’Italia non è un Paese povero. È un Paese che spende senza trasformare la spesa in crescita. Negli ultimi anni ha mobilitato risorse enormi: circa 38 miliardi per il Reddito di cittadinanza, oltre 170 miliardi per i bonus edilizi. Cifre che, prese insieme, raccontano una scelta precisa: distribuire oggi invece di costruire domani.
Non è questo il punto controverso. Ogni politica pubblica produce effetti misti: qualche beneficio sociale, qualche impulso settoriale. Il problema è la proporzione tra ciò che si spende e ciò che resta. E in questo caso il saldo è debole: molta spesa, poca capacità produttiva aggiuntiva, ritorni inferiori alle attese. Qui si inserisce la vera linea di frattura, che non è tecnica ma culturale. Una parte consistente della politica non ragiona in termini di sviluppo, ma di consenso. Non si misura sulla solidità del sistema, bensì sulla distribuzione immediata di risorse. È una logica già vista altrove: prima la spesa facile, poi l’erosione lenta delle basi economiche. Dentro questo quadro, il dibattito pubblico assume tratti paradossali.

Ci si accapiglia sullo 0,1% di deficit oltre il 3%, come se fosse una questione decisiva. In realtà si tratta di meno di un miliardo: una cifra marginale rispetto alle centinaia di miliardi già impegnati. È una disputa che sposta l’attenzione dal problema reale a un dettaglio contabile. La dinamica politica segue lo stesso copione: l’opposizione denuncia lo “sforamento”, la maggioranza replica attribuendo responsabilità ai governi precedenti e alle misure ereditate. Non è confronto, è una forma di autoassoluzione reciproca. Nel frattempo, il nodo centrale resta fermo: la crescita. Perché la crescita non nasce da decreti né da bonus generalizzati. Dipende da produttività, selezione degli investimenti, valorizzazione del lavoro che crea valore. Richiede meno peso fiscale su chi produce e meno ostacoli amministrativi su chi investe. Il confronto annunciato per il Primo Maggio potrebbe essere utile solo a una condizione: smettere di essere un rito. Servirebbe un patto vero tra imprese e lavoro, capace di indicare priorità nette e scelte verificabili.

Questo implica decisioni scomode: spostare risorse dalla spesa improduttiva alla crescita, premiare il merito economico, ridurre l’incertezza che blocca gli investimenti.
Non è impossibile. È semplicemente incompatibile con una politica che preferisce il consenso immediato alla responsabilità di lungo periodo.
Alla fine, il problema italiano non è la mancanza di mezzi o di talento. È l’assenza di direzione. E finché il dibattito resterà inchiodato ai decimali, il costo più alto non sarà quello registrato nei conti pubblici, ma quello invisibile delle occasioni perdute.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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