ROMA (ITALPRESS) – Nella Chiesa degli Artisti, in piazza del Popolo, a Roma, si sono tenuti i funerali di Enrica Bonaccorti. Il feretro è stato accolto da un lungo applauso di parenti e amici. L’ingresso è avvenuto sulle note de “La Lontananza” di Domenico Modugno, brano il cui testo porta anche la firma della conduttrice. Fiori bianchi e un pianoforte a coda per salutare la Bonaccorti, scomparsa a 76 anni. In chiesa alcuni alberelli di limone, per rispettare la volontà dell’artista di non avere fiori recisi al suo funerale.
Un bagno di folla con un grande applauso ha poi salutato l’uscita del feretro dopo la funzione, sulle note de “Il cielo” di Renato Zero, grande amico dell’artista. Centinaia di persone, tra amici, colleghi del mondo dello spettacolo e semplici fan, si sono radunate in piazza del Popolo per l’ultimo saluto. Al passaggio del corteo funebre si è levato un coro unanime, “Ciao Enrica”.
MONSIGNOR STAGLIANÒ “HA DATO VOCE A CHI NON L’AVEVA”
“So che passerai da me prima di affrontare il viaggio di ritorno. Tutto ciò che ti avrei voluto dire, te l’ho detto. Ci siamo scambiati per tempo informazioni utili. Formule, suggerimenti per non perdere l’orientamento e il vero scopo del nostro vivere. All’occorrenza, sorella, amica e complice, pur di non lasciarmi sguarnito. Ci siamo arrangiati sempre, inventandoci giorno per giorno, un mestiere diverso. Tu ti sei persino improvvisata mia manager per farmi ottenere qualche scrittura. Certo che abbiamo vissuto. Certo che ci siamo offerti. Certo che è stato un percorso infinitamente variegato e coinvolgente. A un tratto però… mi sono svegliato e non ci sei più. La tua fresca risata non mi arriva. I tuoi sorrisi educati e fragranti. La tua ironia pungente e stimolante. Tutto è silenzio. E comprendo che da adesso dovrò sbrigarmela da solo… eppure quanta di te mi resta dentro e addosso? Quanta energia sprigiona la tua poesia. Quanta bellezza che ti porti via… ma io so che passerai da me una, cento, mille, un miliardo di volte. Ed è per questa ragione che lascerò sempre aperta quella porta. Il tuo Renato“. Così monsignor Antonio Staglianò, rettore della Chiesa degli Artisti di Roma, nell’omelia pronunciata per i funerali di Enrica Bonaccorti, leggendo la lettera che Renato Zero ha scritto per l’amica scomparsa. “Queste parole che Renato Zero ha scritto per un’amica scomparsa – aggiunge monsignor Staglianò – ci introducono dritte al cuore del mistero che stiamo vivendo. Ci dicono qualcosa di profondo sulla morte, ma anche sulla vita. Ci dicono qualcosa che solo la poesia può dire. Perché la parola poetica, amici, è quella che dice davvero la realtà sulla morte. Non la cronaca, non il referto medico, non la nuda notizia. La poesia. Perché la poesia percepisce ciò che gli occhi non vedono: la vita che resiste, che continua, che abita ancora, pur nell’invisibilità dello sguardo. L’artista, il poeta, l’attore, lo scrittore – ed Enrica lo è stata in modo profondo – ha questo dono: penetra l’invisibile. Vede le assenze e le dona voce. Sente le risate che non arrivano più, eppure le racconta. Percepisce i sorrisi fragranti, l’ironia pungente, e li trasforma in parole che restano. Ecco il paradosso: l’assenza è piena di presenza. Il silenzio è abitato da voci. La morte non ha cancellato niente, ha solo trasfigurato”.
“Enrica, con la sua scrittura, con la sua poesia, con le sue novelle, ha fatto esattamente questo per tutta la vita: ha tenuto aperta la porta. Ha dato voce a chi non ce l’aveva. Ha raccontato le assenze, i dolori taciuti, le gioie nascoste. Ha penetrato l’invisibile dei suoi personaggi, e ce li ha restituiti vivi, veri, pulsanti. Oggi siamo qui per dire che quella porta che lei ha tenuto aperta per noi, ora è Dio a tenerla aperta per lei”, sottolinea monsignor Staglianò, che poi aggiunge: “Enrica non è stata solo una scrittrice. È stata una cercatrice di verità. Nelle sue novelle, nelle sue poesie, nei suoi aforismi, non ha inventato mondi lontani: ha ‘estratto’ la verità dal vissuto, ha scavato nelle pieghe dell’esistenza per portare alla luce quello che spesso preferiamo nascondere. Enrica ha scritto di solitudini, di attese tradite, di amori impossibili, di corpi violati, di anime in cerca di luce. Ha scritto di tutto ciò che siamo, nella nostra fragilità, nella nostra incoerenza, nella nostra ostinata speranza. E perché lo ha fatto? Perché, come ogni scrittore autentico, cercava la parola esatta per dire l’uomo. Cercava di dare nome a ciò che è innominabile: il dolore, la gioia, la paura, l’amore, la morte”. “Enrica, nelle sue opere – prosegue -, ci ha offerto una sorgente. Ci ha invitato ad abbeverarci alla sua ‘profondità intima’, a quel vissuto che lei ha messo a nudo senza paura, senza filtri, senza fondotinta. E cosa abbiamo trovato, in quella profondità? Abbiamo trovato un’umanità vera. Fragile e forte insieme. Ferita e curante. Sola e solidale”. “Se nelle opere di Enrica traspare una bellezza che va ‘oltre ogni apparenza’, come lei stessa ha scritto e cercato, è perché lì, in quella profondità intima, abitava lo Spirito. È perché la sua scrittura era un atto di trasparenza che lasciava filtrare la luce”, dice monsignor Staglianò, che aggiunge: “Enrica ha amato. Ha amato i suoi figli, i suoi affetti, i suoi amici. Ha amato i suoi lettori, anche quelli che non ha mai incontrato. Ha amato i suoi personaggi, come fossero persone vere. Ha amato la vita, nonostante tutto, nonostante le delusioni, nonostante le fatiche, nonostante la malattia che l’ha portata via. E questo amore, oggi, è il suo passaporto per l’eternità”
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









