ROMA (ITALPRESS) – La spesa mondiale per la difesa ha raggiunto nel 2025 la cifra di 2.630 miliardi di dollari, con un incremento reale del 2,5 per cento su base annua, confermando una traiettoria di crescita sostenuta dalla competizione tra grandi potenze, dall’inasprimento delle minacce regionali e dalla ridefinizione delle priorità strategiche di Washington. È quanto emerge dall’ultima edizione di The Military Balance, il rapporto annuale dell’International Institute for Strategic Studies, che nella sua 67 valutazione descrive un sistema di sicurezza internazionale in rapida trasformazione, caratterizzato da un riequilibrio degli oneri tra alleati, da programmi di riarmo accelerati e da un marcato rafforzamento delle capacità aeronavali in Asia. Il documento evidenzia come, sotto la seconda amministrazione del presidente Donald Trump, la strategia statunitense abbia accentuato l’attenzione sulla difesa del territorio nazionale e sulla condivisione degli oneri all’interno delle alleanze, includendo la proposta di un sistema multilivello di difesa missilistica, noto come “Golden Dome”, concepito per integrare sensori, intercettori terrestri e capacità spaziali; parallelamente, il sostegno diretto statunitense all’Ucraina è stato ridimensionato, mentre le forze americane restano impegnate su più teatri – Indo-Pacifico, Medio Oriente e area caraibica – in un contesto di pressione operativa crescente.
A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, il rapporto rileva che i limitati progressi territoriali di Mosca sono stati conseguiti a un costo umano ed economico elevato, ma che la Federazione Russa ha mostrato capacità di rigenerazione industriale e militare tali da preservare nel complesso il proprio potenziale operativo; la spesa militare russa monitorabile è aumentata del 3 per cento in termini reali nel 2025, attestandosi al 7,3 per cento del PIL e risultando triplicata in valore assoluto rispetto al 2021, segnale di una mobilitazione economica strutturale a sostegno dello sforzo bellico. L’Europa, nel medesimo periodo, ha visto crescere la propria quota della spesa globale fino al 21 per cento, rispetto al 17 per cento del 2022, con un contributo rilevante della Germania e incrementi significativi anche in Belgio, nei Paesi nordici e in Spagna; tuttavia, l’analisi dell’Istituto londinese sottolinea che la riforma dei processi di procurement procede con lentezza e che le capacità industriali restano un fattore limitante per il riarmo e per il rafforzamento della difesa aerea e missilistica, elemento ritenuto critico alla luce delle lezioni apprese dal conflitto ucraino. In Asia, la crescita della spesa cinese continua a superare quella dei Paesi limitrofi, portando la quota di Pechino a quasi il 44 per cento della spesa militare regionale nel 2025, contro una media del 37 per cento nel decennio precedente; secondo il rapporto, pur in presenza di recenti epurazioni ai vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione, non si registrano segnali di riduzione delle capacità operative.
La pressione militare attorno a Taiwan rimane costante, mentre l’espansione navale procede a ritmo sostenuto: la Marina cinese ha immesso in linea la portaerei Fujian e numerose nuove unità di superficie, oltre ad aver varato, tra il 2021 e il 2025, dieci sottomarini a propulsione nucleare, superando nello stesso periodo la US Navy per numero di scafi e tonnellaggio complessivo. Nel Medio Oriente e Nord Africa la spesa per la difesa ha toccato i 219 miliardi di dollari, con un’incidenza media del 4,3 per cento del PIL, e si registra un rafforzamento delle partnership militari statunitensi con Stati del Golfo quali Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in un quadro di persistente instabilità regionale e di competizione per l’accesso a tecnologie avanzate. Allo stesso tempo lo Stockholm International Peace Research Institute ha rilevato negli ultimi anni un’accelerazione della spesa globale con tassi di crescita ai massimi dalla fine della Guerra fredda; la NATO ha registrato un aumento costante degli investimenti degli Alleati europei oltre la soglia del 2 per cento del PIL; la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno segnalato come la pressione sulla finanza pubblica derivante dalla spesa militare possa incidere sulle traiettorie di sviluppo di medio periodo. I dati del 2025 delineano un sistema internazionale in cui la dimensione militare torna a occupare una posizione centrale nelle politiche pubbliche e nella pianificazione industriale, con un’attenzione crescente alla resilienza delle catene di approvvigionamento, alla superiorità tecnologica nei domini spaziale e cibernetico e alla difesa integrata contro minacce missilistiche e droni a lungo raggio; la crescita della spesa non appare episodica ma strutturale, riflettendo una fase di competizione strategica prolungata che incide sugli equilibri regionali e sulla stessa architettura di sicurezza globale.
– foto IPA Agency –
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