di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – L’armata navale americana sta attraversando in queste ore l’Oceano Indiano e gia’ nel fine settimana sara’ in posizione all’imbocco dello Stretto di Hormuz, la porta di accesso al Golfo Persico che l’Iran ha piu’ volte minacciato in passato di chiudere.
La portarei Abraham Lincoln e la squadra navale che la accompagna dispongono di una potenza di fuoco impressionante che solo la Marina americana puo’ mettere in campo. Ma quelle splendide navi sono anche giganteschi obbiettivi difficili da difendere contro la minaccia asimmetrica, ma credibile, dei droni e dei missili che in poche ore le Guardie della Rivoluzione Islamica di Khamenei possono lanciargli contro a centinaia. E dunque la squadra navale non puo’ restare a portata di tiro per settimane.
Il che comporta che il Presidente Trump non potrà’ tergiversare, dopo aver promesso ormai molti giorni fa agli iraniani che l’aiuto americano era “on the way”. E adesso sembra essere arrivato.
Dopo che la Lincoln ha lasciato il Mar Cinese Meridionale, gli obbiettivi di Trump, almeno quelli che egli dichiara di voler perseguire, sono adesso diventati almeno tre, e tutti rivestono un alto profilo strategico. Sono obbiettivi raggiungibili senza le bombe e attraverso il negoziato in corso da settimane tramite l’Oman?
Il problema e’ che se non vogliono compromettere definitivamente la propria sopravvivenza, l’Ayatollah Khamenei e i suoi non possono acconsentire a nessuno di essi, ed e’ quindi possibile che preferiscano subire un nuovo attacco americano.
Il primo obbiettivo dichiarato adesso da Trump e’ la fine del programma iraniano di arricchimento dell’uranio e delle ambizioni nucleari militari che l’Iran non e’ mai riuscito a smentire nei fatti.
L’intelligence israeliana, quella che piu’ pervasivamente e’ infiltrata in Iran, ha accertato che le Guardie della Rivoluzione stanno approntando siti ancora piu’ profondi e blindati di quelli bombardati dagli americani l’estate scorsa, per stoccare l’uranio. E proteggerlo da un nuovo intervento americano o israeliano. L’affermazione di Trump che il programma nucleare iraniano era stato da lui “obliterato” era dunque infondata almeno in parte, se e’ vero come e’ vero che restano da qualche parte in Iran 300 kg di uranio gia’ arricchito fin quasi al livello necessario per produrre alcune bombe nucleari.
Il secondo obbiettivo annunciato dal Presidente americano e’ l’arresto immediato della produzione da parte dell’Iran di missili a medio e lungo raggio, che nuovi impianti hanno ripreso su larga scala a produrre letteralmente il giorno dopo la fine dei bombardamenti israeliani del giugno scorso.
L’abbordaggio in mare poche settimane fa, di una nave russa che trasportava dalla Cina all’Iran grosse quantita’ di perclorato di ammonio e’ servito a confermare proprio questa certezza, trattandosi di una sostanza utilizzata per produrre il combustibile solido che alimenta i motori dei missili a corto e a medio raggio iraniani. E si tratta di missili che in giugno hanno piu’ volte penetrato la “iron dome” israeliana senza essere intercettati, producendo danni rilevanti sul terreno. Agli americani interessa soprattutto eliminare i missili balistici a medio raggio, che ormai sono precisissimi ed hanno una portata superiore ai 2000 chilometri. Il corollario di questo limitato disarmo sarebbe l’impegno a lasciar estinguere quel che resta degli Hezbollah in Libano e dei miliziani di Hamas a Gaza.
La fine della indiscriminata uccisione di inermi dimostranti e’ diventato adesso soltanto il terzo degli obbiettivi dichiarati da Trump ma e’ funzionale ai primi due se non altro per un fatto di presentazione sul piano internazionale, per il poco che conta. Per contro, Trump non parla piu’ di eliminare Khamenei, se non fisicamente almeno come leader del Paese. E in realta’ non ha bisogno di parlarne, nel senso che tutti e tre gli obbiettivi, se raggiunti, porterebbero allo stesso risultato, ossia la caduta del regime gia’ fortemente indebolito dal fattore veramente determinante di queste ultime vicende iraniane. Il fattore economico.
Piu’ che la richiesta di liberta’, l’economia e’ alla radice dell’esplosione di manifestazioni nelle strade di Teheran. Dopo anni e anni di sanzioni, gli Ayatollah non hanno piu’ il denaro per erogare la gigantesca mole di sussidi che dal 1979 ad oggi in qualche modo ha attutito il malcontento popolare rendendolo controllabile con i mezzi violenti di tutte le dittature.
Quindi che la struttura di potere iraniana sia seduta su un vulcano e’ persino banale sottolinearlo. Ma bastera’ la Portaerei Lincoln a dare la spallata finale e a dissolvere il regime teocratico con qualcosa di meglio per gli iraniani e per il mondo? Difficile dirlo.
L’Iran non sembra adatto ad una operazione di “regime change” che abbia una qualche analogia con quello che Trump ha realizzato con l’arresto di Maduro ne’ con l’operazione politica che sta cercando di fare adesso in Venezuela liberalizzando l’economia ma mantenendo in piedi l’apparato di sicurezza del regime per garantire la stabilita’. A Teheran siamo in tutt’altro contesto di fattibilita’. L’arsenale a disposizione del Corpo dei Pasdaran, 180.000 uomini armati di tutto punto e addestrati a gestire la guerra e la repressione con sistemi tecnologici complessi, fa ritenere improbabile che un pesante bombardamento degli americani e l’eventuale esilio di Khamenei possano bastare per portare al potere un leader ed un regime piu’ malleabili da USA e da Israele.
La rinuncia vera e dimostrabile all’arma nucleare, la fine della produzione di missili che minacciano Israele e le basi americane, la chiusura dei canali di finanziamento del terrorismo e una attenuazione della repressioni. Sono tutti obbiettivi condivisibili anche dall’Europa. E ancor piu’ da Israele, che finora ha fatto il “lavoro sporco”,come lo ha correttamente definito il cancelliere tedesco Merz. Ma sono anche i pilastri del potere del regime iraniano insieme all’antisemitismo e al proposito di distruggere la presenza israeliana in Medio Oriente. Quei tre obbiettivi sono una rivoluzione per l’Iran e per il Medio Oriente. Occorre chiedersi se Trump possa e voglia concepire nel Golfo e verso l’Iran una strategia di partecipazione americana a tutto campo nel futuro di quella parte del mondo per realizzare quella rivoluzione.
Parliamo di un impegno di lungo periodo, sempre che l’America possa ancora permetterselo con o senza Trump. Potrebbe non bastare l’esibizione di potenza militare e neppure ondate di bombe e missili su obiettivi iraniani. I MAGA e la stessa United States National Security Strategy della Casa Bianca, per il Medio oriente come per l’Europa, preconizzano forme di disengagement, ossia quasi l’opposto di quella strategia di lungo periodo.
(*) ambasciatore a.r.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









