
di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Un anno dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump si presenta a Davos con un copione preciso e un problema enorme. Il copione è quello del vincente incompreso, del leader che “ha fatto più di quanto gli venga riconosciuto”, e che ora pretende applausi, investimenti, deferenza. Il problema è che, mentre lui prova a vendere successo, i fatti che porta con sé parlano di frattura: con gli alleati, con i mercati, e ormai anche con pezzi del suo stesso campo. La conferenza stampa fiume prima della partenza, quasi due ore, è stata soprattutto questo: spin a tutto campo. Trump ha elencato risultati, rivendicato crescita e forza americana, e ha ripetuto che gli Stati Uniti sono “il Paese più forte del mondo, in questo momento”. Ma il suo stesso racconto veniva bucato dalle domande che lo inseguono e dalle risposte che diventano sintomo. Sulla Groenlandia, alla domanda su quanto sarebbe disposto a spingersi per “acquisirla”, ha tagliato corto: “Lo scoprirete.” Persino sul Canale di Panama, ha risposto che è “più o meno” ancora “sul tavolo”. Sono frasi che a Davos non arrivano come battute, arrivano come minacce.
La Groenlandia è la cartina di tornasole di una presidenza che ha trasformato l’imprevedibilità in metodo, e il bullismo in dottrina di negoziato. Trump sostiene di poter “trovare un accordo” con la NATO, “in cui la NATO sarà molto felice e noi saremo molto felici”, ma nello stesso tempo minaccia dazi e coercizione contro partner. E insiste che i groenlandesi saranno “entusiasti” quando parlerà con loro, salvo ammettere di non averci ancora parlato. In poche battute, il cuore del problema: la realtà come accessorio, la volontà come argomento, la pressione come leva. Qui entra la seconda linea di frizione che Trump porta in Europa: l’immigrazione e l’ordine interno. Davos, per tradizione, è la passerella dei “responsabili” che dicono al mondo come gestire mercati e stabilità. Trump ci va invece con l’idea di dare lezioni, anche agli europei, su come “si fa” con gli immigrati, e con un messaggio implicito: la democrazia liberale è debole, l’autorità è forza. Ma è un messaggio che oggi trova orecchie meno disponibili. Non è più il 2018. Non è nemmeno il 2021. La distanza tra propaganda e costo politico si è accorciata. A Davos, intanto, il governatore della California Gavin Newsom attacca i leader europei accusandoli di “inginocchiarsi” davanti a Trump. Dice che avrebbe dovuto portare “un mucchio di ginocchiere” per tutti, perché sulla scena mondiale “sembrano patetici”.
Ma il segnale più chiaro arriva dal denaro. Nel giorno della sua conferenza stampa, Wall Street ha reagito male all’escalation: azioni giù, dollaro giù, Treasury sotto pressione. Il punto non è un singolo scossone, ma il cambio di clima: la percezione che il rischio non sia “geopolitica lontana”, ma instabilità prodotta dall’America stessa. Quando perfino i beni rifugio USA non funzionano più, il messaggio è brutale: il mondo inizia a prezzare un’America meno affidabile. E poi c’è il lato patologico, quello che in Europa non si “spiega” con le categorie classiche. La lettera al premier norvegese, con il risentimento per il Nobel non dato e quindi i ripensamenti sulla “pace” e la richiesta di “un controllo completo e totale della Groenlandia”, è stata un salto di qualità. Non perché sia solo provocatoria, ma perché rivela un ego geopolitico destabilizzante e pericoloso. Se la politica estera diventa psicodramma, Davos da summit può diventare un palcoscenico dove non si saprà più se ridere o piangere. Trump parte dunque come un gigante d’argilla: rumoroso, aggressivo, ma più fragile di quanto ammetta. Ma esista ancora un argine interno in quella che era fino a un anno fa come la più formidabile democrazia del mondo?
Al Congresso alcuni repubblicani iniziano a prendere le distanze da Trump, almeno a parole. La Corte Suprema valuta la legalità dei dazi e Trump, interrogato su un’eventuale bocciatura, ha già detto che “dovrebbe usare qualcos’altro”. Traduzione: se una leva viene tolta, ne cerca un’altra. Non moderazione, sostituzione. A Davos, Trump cercherà ancora legittimazione. Ma arriva con un bagaglio che pesa: minacciando un alleato, con una retorica da impero, una gestione del potere che confonde forza con impunità. E, sullo sfondo, un consenso che non è più monolitico nemmeno tra i MAGA. Se Davos è il termometro dell’establishment globale, questa volta potrebbe registrare febbre alta da brividi, per colpa dell’uomo che pretende di guidarlo.
– Foto IPA Agency –
(ITALPRESS).








