Le riserve auree degli stati sono una delle componenti più affascinanti e meno comprese della finanza pubblica. Non sono solo lingotti chiusi in caveau blindati: rappresentano una forma particolare di “assicurazione” per il sistema paese, utile nei momenti di forte instabilità economica e geopolitica.
Di seguito vedremo cosa sono, perché esistono, come vengono gestite, quali stati ne possiedono di più e cosa potrebbe succedere se un governo decidesse di “spendere le sue riserve d’oro”.
Perché esistono le riserve auree degli stati
Per semplificare, le riserve auree sono oro fisico detenuto da una banca centrale o da un’altra istituzione ufficiale e registrato tra le riserve ufficiali di uno stato, accanto a valute estere, titoli di Stato di altri paesi, Diritti Speciali di Prelievo del FMI e così via. Le statistiche ufficiali sono raccolte dal Fondo Monetario Internazionale e sintetizzate periodicamente dal World Gold Council.
Storicamente l’oro serviva a garantire la convertibilità delle valute sotto il cosiddetto gold standard: ogni banconota poteva, in teoria, essere cambiata in una certa quantità di oro. Oggi il sistema monetario è fiduciario, ma l’oro resta importante per vari motivi:
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è un bene reale, non dipende dalla promessa di rimborso di un governo o di una banca privata
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ha valore internazionale, riconosciuto in qualunque parte del mondo
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mantiene spesso il proprio potere d’acquisto nelle fasi di inflazione o di forte sfiducia nelle valute
Per questo molte banche centrali considerano l’oro come un pilastro delle proprie riserve: non genera interessi, ma offre sicurezza, liquidità in caso di emergenza e diversificazione rispetto a dollaro, euro e altre valute.
Come sono detenute e contabilizzate le riserve d’oro
L’oro ufficiale di uno stato è composto quasi sempre da lingotti conformi agli standard internazionali, conservati:
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nei caveau della banca centrale nazionale
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in parte presso altre banche centrali estere considerate particolarmente sicure e liquide (per esempio Federal Reserve di New York o Bank of England)
Non tutto l’oro dichiarato dagli stati si trova fisicamente all’interno dei confini nazionali. Anzi, molte riserve sono custodite all’estero proprio per poterle usare più rapidamente come garanzia o per operazioni di mercato in valuta.
Dal punto di vista contabile, l’oro rientra tra le riserve ufficiali e viene valutato a un prezzo di riferimento, aggiornato periodicamente. La Banca Centrale Europea ha segnalato come il forte aumento del prezzo dell’oro abbia fatto sì che l’oro sia arrivato a superare l’euro per valore di mercato come seconda asset class nelle riserve mondiali, subito dopo il dollaro.
In paesi come l’Italia il valore delle riserve auree è diventato anche un tema politico: nel 2025, alcuni progetti di legge hanno proposto di affermare esplicitamente la proprietà statale delle riserve d’oro detenute dalla Banca d’Italia, proprio perché oggi valgono attorno ai 300 miliardi di dollari.
Riserve auree, valute e altri strumenti di riserva
L’oro è solo una parte delle riserve internazionali di uno stato. Il resto è composto da:
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valute forti (dollari, euro, yen, franchi svizzeri)
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titoli di Stato emessi da governi considerati molto affidabili
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attività del FMI come i DSP (Diritti Speciali di Prelievo)
Per un risparmiatore comune, il paragone più intuitivo è quello tra conto corrente, conto deposito e investimenti a più lungo termine. Un privato tiene una parte di liquidità subito disponibile, una parte bloccata ma più remunerata e una parte investita con più rischio. Allo stesso modo, uno stato:
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usa valute e titoli di stato esteri per gestire operazioni correnti e interventi di mercato
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tiene l’oro come riserva di ultima istanza, da usare solo in situazioni eccezionali
La differenza fondamentale è che uno stato non cerca solo rendimento, ma soprattutto stabilità finanziaria e credibilità internazionale. Proprio per questo molte banche centrali stanno incrementando le riserve d’oro per ridurre la dipendenza da una singola valuta di riserva e proteggersi da crisi geopolitiche e sanzioni.
Le riserve auree più rilevanti: classifica
Secondo i dati elaborati dal World Gold Council su base FMI, i primi 10 paesi al mondo per riserve auree ufficiali nel 2025 sono i seguenti (valori arrotondati in tonnellate di oro):
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Stati Uniti – circa 8.133 tonnellate
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Germania – circa 3.351 tonnellate
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Italia – circa 2.452 tonnellate
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Francia – circa 2.437 tonnellate
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Russia – circa 2.333 tonnellate
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Cina – circa 2.280-2.290 tonnellate
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Svizzera – circa 1.040 tonnellate
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India – circa 875-880 tonnellate
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Giappone – circa 845 tonnellate
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Turchia – circa 615-625 tonnellate
Questi numeri si riferiscono all’oro detenuto da banche centrali e altre istituzioni ufficiali, non alla ricchezza in oro dei privati. È interessante notare che Stati Uniti ed Europa occidentale continuano a concentrare una quota molto alta dell’oro ufficiale mondiale, mentre Cina, India e altri paesi emergenti stanno crescendo proprio per rafforzare la propria posizione nel sistema finanziario globale.
Cosa accade se uno stato spende le sue riserve d’oro
Una domanda molto frequente è: cosa succederebbe se uno stato vendesse o “spendesse” le sue riserve auree per coprire i buchi di bilancio, ridurre il debito o finanziare nuove spese?
In teoria, una banca centrale può:
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vendere oro sul mercato e trasformarlo in valuta estera
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usare l’oro come collaterale per ottenere prestiti da altre banche centrali o istituzioni internazionali
Nella pratica, l’uso massiccio dell’oro ha conseguenze rilevanti:
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Effetto sul bilancio pubblico e sulla liquidità
Nel breve periodo la vendita di oro genera entrate straordinarie in valuta, che possono essere impiegate per ridurre il debito, sostenere il cambio della moneta nazionale in una crisi valutaria o finanziare misure di emergenza. Proprio per questo molti politici vedono l’oro come un “tesoro” utilizzabile. -
Segnale ai mercati finanziari
Un uso aggressivo delle riserve auree è spesso interpretato dai mercati come segnale di debolezza strutturale: significa che lo stato sta “bruciando” il proprio paracadute. Questo può comportare:-
aumento dei tassi di interesse richiesti dagli investitori sui titoli di Stato
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valutazioni più pessimistiche da parte delle agenzie di rating
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possibile fuga di capitali se gli investitori temono una crisi valutaria o un default
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Perdita di credibilità e di margine di manovra futuro
Una volta venduto l’oro, lo stato dispone di meno strumenti per affrontare shock futuri. In caso di nuova crisi:-
la banca centrale avrà meno riserve da usare per difendere la valuta
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il paese potrà risultare meno affidabile nelle negoziazioni con FMI, UE o altri creditori
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diventa più difficile rassicurare i mercati sulla capacità di reggere scenari estremi
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Impatto sul prezzo dell’oro e sulle relazioni internazionali
Grandi vendite concentrate potrebbero pesare sul prezzo dell’oro, anche se spesso tali operazioni vengono gestite in modo graduale o tramite accordi, proprio per non destabilizzare il mercato. Allo stesso tempo, la scelta di usare l’oro può aprire tensioni tra governo e banca centrale, soprattutto nelle giurisdizioni in cui è molto forte il principio di indipendenza dell’istituzione monetaria.
Per questi motivi, molti governi considerano l’oro come un asset da non toccare se non in circostanze eccezionali. L’oro, infatti, non serve solo a “fare cassa”, ma soprattutto a mantenere la fiducia nel sistema paese: è una riserva di valore che parla ai mercati, agli investitori e alle istituzioni internazionali molto più di tanti discorsi sulla solidità dei conti pubblici.
In sintesi, le riserve auree degli stati sono un pilastro silenzioso, ma fondamentale, dell’architettura finanziaria mondiale: non sono un semplice patrimonio da monetizzare, bensì una leva strategica di sicurezza, potere negoziale e stabilità di lungo periodo.









