di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – Donald Trump licenzia Pam Bondi. Ma attenzione: non è una buona notizia. Non è stata cacciata perché ha piegato il Dipartimento di Giustizia agli interessi politici del presidente. È stata cacciata perché non ci è riuscita abbastanza. Non ha chiuso davvero il caso Epstein, che continua a tormentare la Casa Bianca e a creare crepe perfino nella base MAGA. Non è riuscita a portare in tribunale i nemici politici di Trump. E soprattutto non è riuscita a rendere tutto questo credibile. Per Trump, è un fallimento.
Al suo posto, ad interim, arriva il vice al DOJ Todd Blanche, già suo ex avvocato personale. E tra i possibili successori circola il nome di Lee Zeldin, capo dell’EPA e uomo di stretta fiducia di Trump. Ma il problema non era Bondi. Era il compito impossibile che le era stato assegnato: usare la giustizia come arma politica senza lasciare tracce. E qui sta il punto più inquietante: il prossimo Attorney General non dovrà essere più indipendente. Dovrà essere più efficace. Più capace di trasformare il Dipartimento di Giustizia in uno strumento politico senza farsi bloccare dai giudici. Chi verrà dopo potrebbe essere semplicemente più bravo a fare quello che Bondi non è riuscita a fare.
Intanto il caso Epstein resta lì. Il 14 aprile Bondi avrebbe dovuto testimoniare al Congresso sotto giuramento sui ritardi e gli errori nel rilascio degli Epstein files. Anche se non è più Attorney General, diversi membri – repubblicani e democratici – hanno già detto che la convocazione resta valida. E quindi il caso Epstein non sparisce, anzi rischia di esplodere ancora di più.
Nel frattempo, Trump ha fatto qualcosa senza precedenti: si è presentato alla Corte Suprema durante un’udienza seduto in prima fila. Era il caso sulla cittadinanza per nascita, che lui vuole abolire. Come ha scritto Heather Cox Richardson, storica del Boston College e autrice di una delle newsletter politiche più lette d’America, Trump ha rotto una tradizione fondamentale presentandosi fisicamente davanti ai giudici, in quello che appare come un tentativo di pressione diretta. Non è solo simbolismo. È una trasformazione del rapporto tra potere esecutivo e potere giudiziario. E anche se è molto probabile che perda quel caso, il messaggio intimidatorio resta.
Ma intanto le sconfitte legali si accumulano. Un giudice federale ha bloccato il suo progetto da 400 milioni per la nuova ballroom alla Casa Bianca. Un altro fronte si è aperto sul voto per corrispondenza, con i Democratici che lo hanno portato in tribunale accusandolo di voler riscrivere le regole elettorali. E poi c’è il Primo Emendamento. Un giudice ha stabilito che Trump non può colpire o minacciare emittenti pubbliche come PBS solo perché non allineate politicamente. Un principio semplice: il governo non può punire il dissenso. Ma anche qui, per Trump, l’obiettivo non è vincere. È spingere il sistema al limite. Perché tutto questo accade mentre cerca di controllare il contesto politico in vista delle prossime elezioni.
Da un lato restringe le regole del voto. Dall’altro trova un’opposizione che, almeno in tribunale, ha deciso di reagire. È uno scontro istituzionale. E poi ovviamente c’è la guerra. Nel suo discorso alla nazione di mercoledì sera, Trump non ha chiarito nulla su come intenda chiudere il conflitto. Ha alternato rassicurazioni e minacce. Ha detto che la guerra potrebbe finire presto, ma nello stesso tempo ha promesso di colpire l’Iran “molto duramente” e ha evocato l’idea di “riportarlo all’età della pietra”.
Una frase che, qui alle Nazioni Unite, viene letta con crescente inquietudine. Perché cosa significa davvero? Un’escalation totale? Anche solo evocarlo cambia il livello della crisi. E infatti, sempre più diplomatici iniziano a dire, anche se non pubblicamente, che oggi Trump fa più paura dei mullah iraniani. Il problema è che non c’è una strategia.
Trump parla dell’Iran come se fosse una trattativa commerciale. Un giorno dice che finirà in poche settimane. Il giorno dopo minaccia escalation. Poi torna a parlare di negoziati. I mercati lo hanno capito subito: petrolio su, borse giù. Gli alleati anche: sempre più diffidenti. E qui entra la NATO. Trump torna a minacciare l’uscita. Poi si ferma. Poi ricomincia. Ma ogni volta che lo dice, indebolisce l’Alleanza.
In Europa si discute ormai apertamente di un futuro senza gli Stati Uniti. Sarebbe, per molti analisti, un regalo strategico a Vladimir Putin. Come ha scritto Janan Ganesh sul Financial Times, Trump non capisce le persone che credono in qualcosa. Non capisce perché l’Ucraina resista. Non capisce perché l’Iran non si pieghi. Non capisce perché le alleanze non siano semplici contratti. Perché Trump ragiona in termini di transazioni, non di valori. È quello che possiamo chiamare imperialismo umorale. Decisioni che cambiano ogni giorno. Guerra e negoziato nello stesso discorso.
Minacce e ritrattazioni. E un sistema – politico, giudiziario, internazionale – costretto a inseguire. Nessuno può sapere cosa dirà o farà Trump domani. Perché qualunque cosa sarà, cambierà dopodomani. Ma quanto a lungo le istituzioni americane e internazionali riusciranno a reggere questo ritmo?
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).






















