Tajani all’Onu: “Contro la legge del più forte scegliamo la forza della legge”

di Stefano Vaccara

NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – “Contro la legge del più forte, scegliamo la forza della legge. Contro la politica della forza, scegliamo la forza della politica”. È con questa dichiarazione di principio che il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha portato mercoledì sera, poco prima delle nove, la voce dell’Italia davanti all’81esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Un discorso costruito attorno alla pace e alla necessità di salvaguardare un sistema internazionale basato sulle regole, in un mondo nel quale i conflitti armati sono saliti, secondo i dati citati da Tajani, dai 56 dello scorso anno a 61. “Non dobbiamo abituarci alla guerra“, ha ammonito citando Papa Leone XIV. “Noi non ci rassegniamo”. In questo, Tajani ha ricalcato uno dei temi centrali indicati dal Segretario Generale António Guterres: il rapporto tra potere, diritto e regole internazionali. Il ministro italiano lo ha condensato nella contrapposizione tra “legge del più forte” e “forza della legge”, mentre ha descritto senza troppi giri di parole la crisi dell’ordine internazionale nato dopo la Seconda guerra mondiale: “Quell’equilibrio è spezzato”. Ucraina, Medio Oriente, Golfo, Sudan e Sahel, ma anche guerre commerciali, intelligenza artificiale e minacce ibride sarebbero manifestazioni diverse di una stessa trasformazione.

La risposta italiana è il rilancio del multilateralismo e di un’ONU che, secondo Tajani, non può limitarsi “a registrare le divisioni del presente”, ma deve superare paralisi e limiti e tornare a essere il luogo dove il conflitto lascia spazio alla diplomazia. “L’Italia crede in questa istituzione, nel suo valore, nella sua centralità”, ha assicurato, definendo la pace “la stella polare della politica estera italiana”. Ma nel passaggio dai principi generali ai responsabili delle loro violazioni, il discorso italiano diventa più selettivo. Tajani indica esplicitamente la Russia e l’Iran. Gli Stati Uniti, invece, non vengono mai nominati. Un’assenza che risalta dopo il discorso pronunciato il giorno precedente dallo stesso podio da Donald Trump, che aveva rivendicato la potenza americana e l’uso della forza quando Washington lo ritenga necessario per difendere i propri interessi. Il contrasto con la formula scelta da Tajani – “regole condivise oppure legge del più forte” – rimane dunque sullo sfondo, senza mai trasformarsi in una critica all’alleato americano. È anche la misura del realismo diplomatico italiano: una difesa del multilateralismo e del diritto internazionale che non diventa una contestazione diretta del principale alleato dell’Italia. Con Mosca, invece, Tajani è esplicito. L’Italia “ha condannato e continua a condannare l’aggressione russa all’Ucraina” e continuerà a sostenere Kyiv “per tutto il tempo che sarà necessario”.

Ma l’obiettivo resta una pace giusta e, in prospettiva, una Russia che possa tornare a essere “un interlocutore e non una minaccia per l’Europa”. “Il dialogo senza verità è debolezza; la fermezza senza dialogo è un vicolo cieco”, ha detto Tajani, in una delle frasi che meglio sintetizzano l’impostazione dell’intervento. Sul Medio Oriente ha ribadito la soluzione dei “due popoli, due Stati”. A Gaza, ha detto, la tregua ha rallentato i combattimenti ma non la sofferenza: gli aiuti umanitari devono entrare senza ostacoli e il disarmo di Hamas deve diventare realtà. Ha ricordato Food for Gaza, i bambini palestinesi curati in Italia e l’apertura di università e centri di ricerca italiani ai giovani palestinesi. Sul Libano ha invece rivendicato il ruolo negoziale di Roma e l’impegno italiano in UNIFIL. Netto anche il passaggio sull’Iran: lo Stretto di Hormuz deve riaprire e Teheran deve “abbandonare ogni minaccia nucleare e ogni politica aggressiva verso gli altri Paesi della regione”. Tajani ha collegato la libertà di navigazione alla sicurezza economica e alimentare mondiale, condannando anche gli attacchi russi alle esportazioni di grano ucraino nel Mar Nero. Molto spazio è stato dedicato anche all’intelligenza artificiale, con l’avvertimento contro “nuove disuguaglianze, nuove dipendenze e nuove forme di potere” e contro automatismi privi di controllo umano. Ma governare l’innovazione, ha precisato Tajani, “non significa demonizzarla”: servono regole comuni prima che siano “gli eventi, o i più forti, a imporle”.

Ma è sul terreno delle regole internazionali che emerge un’altra assenza significativa. Tajani difende il multilateralismo, il diritto e le istituzioni internazionali, ma non cita mai la Corte Penale Internazionale, bersaglio di duri attacchi dell’amministrazione Trump. Interpellato poche ore prima dai giornalisti sul tema, il ministro degli Esteri aveva anticipato che nel discorso ci sarebbe stata una presa di posizione “a favore del multilateralismo”. Davanti all’Assemblea, la difesa dei diritti si è concretizzata invece in due tradizionali battaglie italiane all’ONU: la moratoria universale sulla pena di morte e la lotta contro le mutilazioni genitali femminili. Non è mancata una critica alla stessa organizzazione che lo ospitava: “Troppo spesso questa Organizzazione appare impotente”. L’Italia, nel dibattito infinito sulle riforma, afferma di volere un Consiglio di Sicurezza “più legittimo, rappresentativo e responsabile”, ma non “un club ancora più esclusivo”, e affida anche al prossimo Segretario Generale la sfida di restituire capacità d’azione alle Nazioni Unite. Alla fine, il messaggio italiano resta quello della diplomazia. Tajani ha ricordato l’Europa nata dalle macerie di due guerre mondiali, quando carbone e acciaio furono messi in comune invece di essere utilizzati “per costruire nuovi cannoni”. La pace, ha concluso, “non è un’eredità acquisita una volta per tutte. È una responsabilità quotidiana. Va difesa con fermezza. Va costruita con pazienza. Va perseguita senza arrendersi mai”.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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