ROMA (TALPRESS) – Il tentativo di un regime change in Iran “è fallito” e per ora non c’è stato “neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata”. E’ l’opinione di Daniele Ruvinetti, senior advisor della Fondazione MedOr, intervistato da Claudio Brachino per la rubrica di geopolitica Diplomacy Magazine dell’agenzia Italpress. “E’ fallito, lo abbiamo visto, perché sul campo non era presente tecnicamente una formazione armata di opposizione che poteva in qualche modo prendere il potere”, ha spiegato l’esperto facendo come esempi opposti la Siria o la Libia, “oppure l’Afghanistan quando gli americani si sono appoggiati alla famosa alleanza del nord contro i talebani”. In questo caso, ha precisato Ruvinetti, manca un elemento interno a cui appoggiarsi. “Ci sono le manifestazioni, ma sono manifestazioni pacifiche, specialmente di giovani ‘a mani nude’. Quindi un regime change non c’è stato, ma non c’è stato per ora neanche un cambio all’interno dello stesso potere con una figura più moderata”, ha osservato.
L’Iran inoltre è un Paese che “da tantissimi anni” sta rafforzando il proprio arsenale bellico, ha ancora spiegato il senior advisor di MedOr. “I famosi droni Shahed, piccoli droni a basso costo, stanno mettendo in grandissima difficoltà i Paesi del Golfo”, ha dichiarato Ruvinetti, ricordando che anche dal punto di vista missilistico Teheran ha sviluppato negli anni una capacità significativa, con gittate addirittura fino a 4.000 chilometri. “Ricordiamo che l’Iran vende i droni ai russi, che a loro volta li utilizzano sullo scenario ucraino. Questo ci fa capire che (gli iraniani) hanno sviluppato una capacità enorme. Probabilmente avevano anche dei rifornimenti molto più ampi di quanto noi pensassimo, e infatti stiamo vedendo una lunga resistenza. È vero che la capacità sta diminuendo, perché i bombardamenti pesanti israeliani e americani colpiscono le rampe di lancio. Si continua però a vedere una capacità anche di missili balistici, anche a grappolo. Quando questi stanno per arrivare si scompongono, e questo rende difficile per l’Iron Dome, la famosa cupola di protezione israeliana, intercettare tutti i frammenti”, ha spiegato il senior advisor. Una capacità notevole di Teheran, infine, è quella del cosiddetto capitale umano, “prima di tutto perché sono 90 milioni, di cui probabilmente 150-180 mila pasdaran e 3 milioni di persone armate, comprese la polizia e altre strutture”.
Resta infine il nodo dello Stretto di Hormuz, lungo circa 33 chilometri. “Di questi, solo 3-4 sono navigabili per le petroliere, a causa dei fondali”, ha precisato Ruvinetti. “Anche una scorta di tipo militare, intesa come Marina, sarebbe molto rischiosa”, ha aggiunto. “In queste ore si parla di un’opzione valutata dagli Stati Uniti, ovvero quella di prendere l’isola di Qarg. Ci sono infatti delle isolette lungo questo stretto che sono strategiche per il passaggio delle navi. Quindi prenderne il controllo significherebbe avere parte del controllo dello stretto, ma si tratta di operazioni di terra. Per controllare bene lo stretto non basta un’operazione solo della Marina”, ha osservato Ruvinetti. Se le trattative tra Iran e Stati Uniti non dovessero produrre un risultato tangibile, un’operazione di terra rappresenterebbe “un’opzione che gli Stati Uniti potrebbero a quel punto mettere in campo, perché in qualche modo devono portare a casa una vittoria”, secondo il senior advisor di MedOr. “Come dicevamo, (gli Stati Uniti) non sono riusciti a ottenere un regime change, non sono riusciti ad ottenere una guida suprema o comunque un assetto che controlla il Paese più moderato, più vicino alle istanze o comunque più dialogante. E’ chiaro che l’unica opzione che oggi rimane è un’operazione mirata ad esempio sull’isola di Qarg o su qualche altro pezzo della costa per cercare di far passare meglio le navi. Ed è chiaro che si tratta di un’operazione molto rischiosa; quindi, capisco che gli Stati Uniti prendano tempo”, ha infine osservato Ruvinetti. “Sono operazioni ad alto rischio di perdite umane e quindi di perdite di militari americani. Si parla di 5.000 marines, ma sappiamo che anche gli iraniani, ovviamente, si stanno preparando a un’opzione di terra su quella parte dell’Iran”, ha aggiunto. Per questo, gli americani si dovranno preparare ad eventualità come “terreno minato, mine nell’acqua” e barchini kamikaze. “Insomma, sarà un’operazione complessa, che però gli americani potrebbero mettere in campo per portare a casa almeno il risultato di aver sbloccato lo stretto di Hormuz”, ha concluso Ruvinetti.
– foto Italpress –
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