Nato e Groenlandia, Sigonella e le guerre stellari

di Vincenzo Petrone (*)

ROMA (ITALPRESS) – Dear Bettino… Caro Donald. Sincerely yours… Giorgia Meloni. I tempi sono certamente molto diversi rispetto a quel lontano ottobre del 1985 a Sigonella, in Sicilia, quando due Paesi alleati quasi spararono gli uni contro gli altri. E tuttavia le analogie appaiono notevoli anche a occhio nudo La congiuntura di politica interna americana è profondamente diversa da allora e Donald Trump non può permettersi di imitare Ronald Reagan perché non ha il suo charme, o se lo aveva lo ha sperperato, verso i leader occidentali. Ma soprattutto perché non ha la popolarità del “Gipper” tra gli elettori. Siamo nel mezzo di una pericolosissima crisi atlantica innescatasi sulla Groenlandia e per capire come l’Italia può aiutare ad uscirne, bisogna superare l’autocommiserazione per il tempo che fu e soprattutto la strumentalizzazione polemica del principio della schiena dritta. Secondo alcune affermazioni, il Governo italiano dovrebbe averla in queste ore di difficile rapporto con l’America ma non ce l’ha. La postura altera, rettilinea viene più naturale assumerla se si è all’opposizione. Nello stesso giorno e senza farsi venire il capogiro, in tal caso si ha il privilegio di poter pretendere dignità e autonomia verso l’America, protagonismo in Europa, Forze Armate solide e protettive, spesa sociale più generosa e naturalmente, pensioni più flessibili e più consistenti. Il tutto senza pagare più imposte.

Per questa crisi però ci vuole un rapporto di altro genere tra Governo e opposizione. Occorre un passo diverso, e ce ne sono i presupposti. L’Italia in questi giorni si trova di fronte a scelte importanti e per non lasciarsi trascinare verso esiti che non le convengono, deve tentare di assumere le responsabilità proprie di un grande Paese o Nazione, se si preferisce. Governo ed opposizione devono uscire dall’orizzonte della competizione pre elettorale, perché la politica italiana può volare più alto come ha già fatto in passato. All’epoca di Sigonella per esempio, sia i partiti politici di Governo sia il Partito Comunista italiano dalla opposizione, esattamente questo fecero. Eppure, eravamo nel pieno della Guerra Fredda. Il Presidente del Consiglio Bettino Craxi mandò gli Avieri e i Carabinieri armati a circondare gli americani della Delta Force sulla pista di Sigonella perché non accettòneanche in una base NATO, una violazione della sovranità italiana. E un leader comunista che poi sarebbe arrivato al Quirinale, Giorgio Napolitano, riconobbe pubblicamente a nome del suo partito, che il Governo di centrosinistra stava scrivendo una importante pagina di politica estera: “Più assertiva”, la definì. In queste ore, il Presidente Trump sta mettendo a rischio esistenziale l’Alleanza Atlantica con la minaccia di dazi di ritorsione contro gli europei che hanno inviato soldati in Groenlandia. E stamane ha peggiorato le cose inviando una lettera molto curiosa al Primo Ministro di Norvegia, colpevole di non avergli procurato il Nobel per la pace.

Forse più di tutti gli altri grandi Paesi europei ,proprio noi italiani siamo quelli che meno possono permettersi, per parecchi anni avvenire,di perdere la copertura militare e politica della NATO. Il dovere del realismo impone di riconoscere che non abbiamo i mezzi finanziari né un consenso politico sufficientemente diffuso e solido nella gente comune e in Parlamento, per una subitanea accelerazione del processo di riarmo, sissignore, riarmo. Con gli altri Paesi NATO e in Europa, abbiamo già assunto l’impegno di realizzarlo ma ci vorranno anni, e non pochi. In Europa peròstanno tornando le tensioni di sicurezza con la Russia. E soltanto sotto l’ombrello protettivo della NATO, noi italiani possiamo avere il tempo di recuperare il tempo perduto nella ricostruzione del nostro assetto di difesa. E allo stesso avviare i processi inevitabili di cooperazione ed integrazione militare in Europa e con la Gran Bretagna. In questa ottica di interesse nazionale, bene ha fatto la Presidente del Consiglio da Seoul, a offrire al Presidente degli Stati Uniti una lettura intelligente della presenza europea in Groenlandia come sforzo del pilastro europeo della Nato per la sicurezza dell’Artico. E a ribadire, stavolta apertis verbis che l’Italia sta in Europa e con gli europei minacciati di ritorsioni e la Groenlandia non è appropriabile. Adesso, e in primo luogo nell’interesse nazionale,occore che la Presidente Meloni prenda l’iniziativa e insista per un incontro di vertice tra i quattro grandi paesi europei e gli Stati Uniti per disinnescare la crisi ed avviare un processo di pianificazione NATO per la sicurezza nell’Artico e in Groenlandia.

Trump difficilmente potrà sottrarsi perché neanche può ignorare che le sue pretese sulla Groenlandia non trovano consensi né nel Congresso né tra gli americani. Allo stesso tempo, il minuscolo contingente europeo in Groenlandia gli dice che gli europei non abbandoneranno la difesa di un pezzo del territorio dell’Europa. La giustificazione strategica in termini di sicurezza, della pretesa di Trump di acquisire la Groenlandia sta delineandosi più chiaramente con l’affermazione di questi giorni che quel controllo sarebbe indispensabile per la “Golden Dome” ossia il progetto lanciato da Trump di creare una specie di cupola protettiva sopra il territorio americano contro un possibile attacco proveniente da Cina, Corea del Nord o Russia con missili a traiettoria lineare come i Cruise o con vettori a traiettoria balistica. Il Presidente Trump non ha elaborato oltre, ma quel che ha già detto preoccupa molto la NATO, per le implicazioni sugli altri Paesi dell’Alleanza, di questa possibile avventura tecnologica americana. Men che mai queste ricadute possono sfuggire se, come nel caso dell’autore di queste righe, si è vissuto professionalmente la vicenda della installazione da parte della NATO dei Missili a gittata intermedia in Europa, tra il dicembre del 1979 e il 1986. La strategia sottostante alla sofferta decisione politica che in Italia portò alla disponibilità ad installare i Missili Cruise a Comiso,fu che non si dovesse consentire una distinzione, il “decoupling”, tra la sicurezza degli Stati Uniti e quella dell’Europa nell’ipotesi di un attacco missilistico sovietico. E questo perché l’intera strategia di difesa congiunta della NATO sarebbe stata in tal caso frammentata e quindi fatalmente compromessa. Identica fu la logica del Presidente Reagan quando nel 1983, lanciò la “Strategic Defence Initiative”. In Italia i giornali le chiamarono “guerre stellari. La SDI doveva dare alla NATO una cupola protettiva contro i missili sovietici. Ma protettiva di tutta la NATO,non solo degli Stati Uniti. E il Presidente Reagan offrì ai Paesi europei di partecipare al gigantesco sforzo di messa a punto delle tecnologie necessarie per creare una rete di satelliti, sensori e sistemi di intercettazione dei vettori di un possibile attacco.

L’Italia negoziò tra i primi e firmò l’accordo per la partecipazione alla SDI nel settembre del 1986. Il Segretario Generale della Farnesina ed i suoi collaboratori, il sottoscritto tra questi, negoziarono per mesi col Pentagono per arrivare alla firma, sempre con il pieno appoggio del Presidente del Consiglio Bettino Craxi e del Ministro degli Esteri Giulio Andreotti. Non la si chiami Guerra Fredda se così si preferisce, ma purtroppo si prospettano per l’Italia molti anni in Europa di analoga tensione. L’Italia e il suo Governo hanno tutti i titoli per prendere l’iniziativa di proporre agli Stati Uniti e agli europei di far partire subito un processo interno alla NATO,per la messa in sicurezza della Groenlandia e dell’Artico e per una nuova architettura di difesa alleata che consenta di non frantumare il concetto cardine della Alleanza atlantica e dell’Articolo 5 del Trattato,quello sulla difesa comune indivisibile. Questa mattina, nel leggere le esternazioni del presidente Trump si sarebbe tentati di essere pessimisti e invece no, proprio questo è il momento giusto per andare a vedere le carte americane e capire se un rilancio della NATO sia possibile. E l’Italia può farsi promotrice di un confronto di vertice. Insomma, riproviamo con un “Dear Donald” e vediamo se in risposta arriva un “Dear Giorgia”. Gli interessi in ballo non sono diversi da quelli di 40 anni fa e sia la Russia che, adesso purtroppo anche la Cina, sono soggetti non empatici, diciamo così, né con l’Europa né con l’America. Nel Congresso americano se si votasse domani, questa opinione avrebbe il 90 per cento dei consensi.Nell’opinione pubblica qualche punto in meno. In Italia, in un modo o nell’altro, l’opposizione non potrebbe non appoggiare almeno silenziosamente, una iniziativa del genere del nostro Governo. Semplicemente perché è nell’interesse del Paese, o della Nazione.

(*) ambasciatore a. r.

(ITALPRESS).

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