di Italo Cucci
Mi dicono che per la presidenza della Federcalcio è fatta per Giovanni Malagò. E ci credo. Non può esistere – se non nell’immenso bar sport vociferante che nelle disgrazie s’affolla di consigliori, guitti, nani e ballerine – chi non lo ritenga opportuno. Anzi indispensabile. Altri nomi sono frutto di fantasia o di privato livore. Gli è stato impedito di cogliere in veste di Presidente del Coni il meritato successo per la magistrale realizzazione dei Giochi Invernali, è inevitabile affidargli non dico la salvezza ma la ricostruzione del calcio italiano. Non solo della Nazionale che è fallita perchè ignorata dalla Lega Padrona oggi istigatrice dell’eterno alibi di Roma Ladrona. Circola addirittura l’idea che in fondo non sia successo quel dramma annunciato dai titoloni e dalle grida perchè per fortuna torna il campionato e le disgrazie azzurre vanno in sottordine. Traduzione: l’Italia non è più amata. Arrivano sulla scena del teatro dei Burattini anche gli psicologi che vaticinano la fuga dei piedi e dei cervelli giovani. Ma non è colpa della Nazionale. Loro guardano il tennis e vedono Sinner vittorioso. S’avvicinano alla Formula 1 e colgono la felicità del coetaneo Antonelli. Seguono curiosi il rombo dei motori e incontrano Bagnaia, Bezzecchi e tant’altra gioventù. Perchè seguire uno sport spalmato nella settimana e ritornato al possesso esclusivo degli sciagurati riccastri?
E allora io credo che sia arrivato il momento di bloccare la minzione ideologica. Ho sentito Allegri – fra l’altro indiziato di panchina azzurra – parlare di affidare la Rinascita ai ruoli di competenza quand’è chiaro che si tratta di asili d’incompetenza. Ricchi, poveri, geni e scemi son tutti presenti, come nel ’58, prima esclusione dai Mondiali che ottenne la mitica sentenza di Giulio Onesti. Ho sentito anche De Rossi sostenere il contrario, chiedere silenzio, lavorare e basta. Bravo, quello che affligge e spaventa i padroni del vapore è il lavoro. Fidatevi di uno che nell’82 sposò la dottrina di Bearzot e gioì insieme a lui per la vittoria; e che nel 2006, respinta la richiesta delle penne rosse perchè l’Italia restasse a casa, colse insieme a Lippi e un gruppo di campioni un successo incredibile.
I predicatori di sventura sono tanti, parla un nesci qualunque e titolano ‘Così parlò Zarathustrà. Poi ci son quelli che attribuiscono ogni guaio a Gravina, il capro espiatorio. Arriverà il suo dossier e si leggeranno – documentate – le responsabilità dei club, del presunto sindacato calciatori e del governo che avrebbe approvato provvedimenti di legge per distruggere il calcio non avendo competenza in materia. E’ arrivata la politica, amici miei, a far danni insieme ai tanti dilettanti allo sbaraglio. E contro gli eccessi politicanti serve solo chi nello sport ha già dimostrato capacità manageriale. Viene dal virtuoso Olimpo dei Giochi ma conosce il Verbo di Boniperti che da tifoso non ha amato: vincere è l’unica cosa che conta. Benvenuto Malagò.
Buona Pasqua a tutti.
PS – Un’altra volta parleremo del CT. Per ora buon lavoro al traghettatore Silvio Baldini: la sua Under 21 avrebbe sconfitto la Bosnia.








