Levante conquista Roma, alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica un’esplosione di energia

ROMA (ITALPRESS) – La notte romana ha ancora addosso il calore dell’estate quando la Cavea dell’Auditorium Parco della Musica si riempie di voci, attese e luci. Quando Levante sale sul palco, quasi in punta di piedi, le basta poco per occupare la scena con una voce enorme, senza perdere il pudore di chi chiede quasi permesso prima di entrare nelle emozioni degli altri. “Sono sempre quella che ha paura di disturbare”, dice al pubblico.

Eppure sul palco la sua voce finisce per fare esattamente il contrario: invade l’atmosfera, prima lentamente, poi con una forza impossibile da arginare. Il concerto parte con “Dell’amore il fallimento”, title track del nuovo percorso live, e procede attraversando passato e presente, fragilità e irruenza, confessione e festa.

La scaletta è generosa e costruisce un racconto che non ha bisogno di allestimenti spettacolari. Il palco è essenziale, la band è in fila alle sue spalle, senza sovrastrutture, lasciando alle canzoni il compito di raccontare l’universo di Levante. Da “Capitale, mio capitale” a “Ciao per sempre”, passando per “Le lacrime non macchiano” e “Bravi tutti voi”, la voce di Claudia Lagona è intima e tagliente, leggera e feroce, ma sempre riconoscibile. In “Rancore” e “Io ero io” emerge il lato più introspettivo, capace di trasformare una fragilità privata in qualcosa di collettivo.

Poi arrivano “Lo stretto necessario” – anche in un emozionante assaggio in versione acustica – e “Leggera”, ma è con “Gesù Cristo sono io” che la Cavea cambia improvvisamente temperatura e si alza in piedi come un corpo collettivo che finalmente si libera e restituisce energia.

“I concerti in piedi sono meravigliosi”, ammette la cantante: la distanza tra artista e spettatori si accorcia, lo show diventa fisico, condiviso, una festa da vivere senza confini fino all’accelerazione definitiva con “Non me ne frega niente“, “MaiMai” e soprattutto “Alfonso”, ancora oggi una delle canzoni che meglio raccontano la sua capacità di trasformare l’ironia, il disagio e la quotidianità in un ritornello che travalica le generazioni.

“Pezzo di me” e “Niente da dire” accompagnano il concerto verso il finale, sulle note di “Malìa” la performance dei ballerini avvolge la scena e acquista una dimensione quasi onirica che sembra rallentare il tempo prima dell’ultima accelerazione. È una progressione costruita con intelligenza: prima la confessione, poi la liberazione, infine la festa.

Eppure, in mezzo alla festa, sono forse i momenti più semplici a ricordare quanto sia grande la sua voce. Le piccole incursioni “chitarra e voce” tolgono ogni protezione, eliminano il rumore della band e lasciano emergere il talento e la sensibilità di Claudia Lagona nella sua forma più nuda, come in “Abbi cura di te”, un momento sospeso, quasi intimo, in cui tutto si restringe alla voce, alle corde della chitarra e alle parole.

È lì che Levante dimostra di non avere bisogno di effetti speciali: può stringere la voce, sporcarla, renderla roca e confidenziale, oppure spalancarla improvvisamente fino a farla esplodere. E quando arriva “Tikibombom“, non resta più niente da trattenere: dalla paura di disturbare alla libertà di occupare tutto lo spazio possibile, Levante si dona con tutto il corpo, tutta la voce, tutta la sua irregolare e bellissima energia.

-Foto ufficio stampa Levante-
(ITALPRESS).

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