PALERMO (ITALPRESS) – Un volume per celebrare quello che a tutti gli effetti è considerato uno spartiacque nella lotta a Cosa nostra: Palazzo dei Normanni è teatro della presentazione di ‘Leggere la mafia del territorio. Il metodo di Pio La Torre‘, il testo contenente la relazione di minoranza (con annessi allegati) dell’allora segretario regionale del Pci in commissione parlamentare Antimafia. Tale relazione, frutto di una lunga opera di ascolto del territorio, venne pronunciata cinquant’anni fa con l’obiettivo di raccontare in che modo si manifestasse Cosa nostra, in un momento storico in cui la sua presenza nel tessuto sociale e politico si stava facendo sempre più pervasiva: La Torre però non si limitava a descrivere il fenomeno, ma si soffermava anche sulla rete di fiancheggiatori e in determinati casi arrivava a fare nomi e cognomi, anticipando perfino l’operato delle indagini giudiziarie.
A guidare i lavori del convegno è il presidente della commissione Antimafia all’Ars Antonello Cracolici: presenti, insieme a lui, il procuratore nazionale Antimafia Giovanni Melillo e il presidente emerito della Camera Luciano Violante. “Cinquant’anni fa Pio La Torre depositò la relazione di minoranza in commissione Antimafia, introducendo un metodo di analisi che partiva dalla conoscenza del territorio – sottolinea Cracolici. – L’importanza di questa relazione è data soprattutto dagli allegati, che rappresentano una miniera di informazioni in cui vengono fatti nomi e cognomi ancor prima che li facesse la magistratura; in alcuni casi ci sarebbero voluti anche decenni per arrivare a un’indagine giudiziaria”.
Oggi, sottolinea il presidente della commissione regionale Antimafia, “quel metodo ci manca per capire cosa succede nel presente nei confronti della mafia e della lotta ad essa: il territorio è una miniera di informazioni. Cosa nostra non è solo un’organizzazione violenta, benché la violenza sia uno strumento per affermare il proprio potere criminale, ma ha sempre avuto bisogno di costruire relazioni con la politica, l’economia, le imprese e i professionisti: abbiamo la necessità di tornare a leggere il territorio e il sistema di relazioni che si costruiscono. Le indagini ci mostrano via via uno spaccato di come la mafia e i mafiosi tendano a infiltrarsi nelle istituzioni, nella politica, negli appalti, nella sanità, nel turismo, nell’energia: Cosa nostra considera il proprio campo di azione laddove vede affari, dobbiamo avere consapevolezza che si tratta di un fenomeno non del passato ma del presente”.
Il rischio, prosegue Cracolici, è “di trattarla come un fenomeno del passato, forse per omettere i problemi che abbiamo oggi: spara meno, ma condiziona ancora tanto la nostra vita pubblica e non è un caso che la Sicilia continui a essere la regione con il più alto numero di amministrazioni sciolte per mafia. È un primato che ci portiamo da diverso tempo: non è un caso che la corruzione sia diventata la nuova lupara, è un mezzo per affermare la propria presenza e la forza di condizionamento nella vita pubblica”.
Guardando anche alle ultime indagini che hanno coinvolto Salvatore Iacolino e al fronte compatto delle opposizioni all’Ars, Cracolici evidenzia come “è sotto gli occhi di tutti che la politica non è più in grado di fare da filtro: i partiti attuali sono molto deboli e incapaci di sbarrare la strada a chi pensa che la politica sia solo affari. Qualche mese fa, quando ci sono state le prime avvisaglie, denunciavo che non sarebbe stato il primo episodio e temo che questo non sia l’ultimo: questo ci dice che c’è una borghesia mafiosa non per appartenenza a determinate famiglie, ma perché interessata a convivere e fare affare con le famiglie mafiose”.
Uno degli aspetti su cui si sofferma Melillo è la visione unitaria della mafia a prescindere dall’epoca di riferimento: “Il valore morale e politico della responsabilità di eliminare l’idea che la mafia sia un fenomeno in via di estinzione, anacronistico o sotto controllo è più che mai attuale: Cosa nostra è viva e vegeta, ha solo cambiato forma, le sue proiezioni sono ancora attive su scala nazionale e internazionale e i suoi uomini sono impegnati a ricostruire le antiche forme strutturali; sono ancora in vita pure i circuiti che consentono ai mafiosi scarcerati di mantenere un legame con l’organizzazione, così come sono grandi le ricchezze provenienti dai traffici illeciti”. Dalla relazione di Pio La Torre, aggiunge, “emerge come la vera partita tra reti mafiose e potere politico si giocava sull’immedesimazione con il mondo imprenditoriale: la lezione che ne traiamo è straordinariamente profonda, perché oggi ci sono ancora diversi sistemi fraudolenti che attraversano i comparti dell’economia. L’affresco che emerge oggi, alla luce delle indagini, non è così diverso da quello tracciato negli anni ’70: le attività violente sono quelle maggiormente riconducibili alla mafia, ma le principali leve del potere criminale sono frode fiscale e corruzione che non sempre vengono considerate meritevole di attenzione”.
Violante ricorda come “Pio La Torre era stato tra i primi, insieme a Terranova, a intuire che mentre la popolazione di Palermo aumentava in modo smisurato c’era stato bisogno di suoli e di mercati ortofrutticoli, quindi bisognava guardare a questi meccanismi dentro i quali si era infilata la mafia: la sua lezione è proprio questa, guardare in quali aree le organizzazioni mafiose possono infilarsi e agire in via preventiva su quelle senza aspettare che venissero commessi reati. Il ruolo della politica è invece quello di stare attenta a evitare infiltrazioni ed essere efficace: se non lo fa, la mafia guadagna punti”.
– Foto xd8/Italpress –
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