ADDIO A GIANNI MURA, CALCIO E CICLISMO SULLE ORME DI BRERA

Se n’e’ andato Gianni Mura, forse uno degli ultimi “grandi” del giornalismo. Era un po’ piu’ giovane di noi e l’abbiamo conosciuto sul fronte calcistico. Seguiva Gianni Brera che gli insegno’ molto della scrittura e della competenza sportiva, non solo calcistica. Cosi’ aveva uno stile “brereggiante”, cioe’ andava al nocciolo della questione, abbellendo il racconto con un’aggettivazione dotta e argomentazioni che dimostravano la sua grande conoscenza dello sport in generale, di calcio e ciclismo in particolare. Alle conferenze stampa faceva domande solo pungenti. I suoi interessi svariavano in molti campi e lui diceva che era diventato giornalista per caso, perche’ una sua compagna di banco gli aveva detto che alla “Gazzetta” cercavano giovani che sapessero scrivere. Naturalmente non poteva essere vero, vista la sua bravura come cronista e come scrittore. Era un milanese schietto, fumatore e che amava il vino, come il suo mentore Brera. Ci rimase male quando pranzammo in un’osteria nelle vicinanze di via Paolo Sarpi, a Milano, e scopri’ di avere a che fare con un astemio. Fu la prima e ultima volta che desinammo insieme.
Ha confessato che il giornalismo per lui era un mestiere di ripiego perche’ avrebbe voluto in realta’ fare il cantautore, ma era stonato. Scrisse qualche canzone. Alla fine fu costretto dalle moderne tecnologie ad apparire sullo schermo, ma quand’eravamo alla Domenica Sportiva capimmo che non amava la tv perche’ e’ un mezzo che si esprime superficialmente sui fatti. Forse aveva ragione lui: le immagini dicono gia’ tutto, i commenti sono spesso inutili, specie quando non sono pertinenti. A lui invece piaceva approfondire. Con la moglie Paola si occupava anche di gastronomia e stava molto attento ai particolari dei ristoranti che frequentava: l’igiene, la conoscenza delle annate dei vini, la completezza del menu e la tranquillita’ del locale erano requisiti irrinunciabili. Memorabili i suoi articoli sul Tour de France: il ciclismo era particolarmente nelle sue corde.
In uno dei suoi articoli su “Repubblica” dove era andato a lavorare, (dopo “La Gazzetta dello Sport”, “Il Corriere d’Informazione”, “Epoca” e l'”Occhio”) scrisse che la nuova maglia del Milan faceva pensare a un funerale, stigmatizzo’ i cori razzisti e i pareggi di comodo. Insomma, non faceva molti giri di parole: andava al punto della questione. Al nocciolo. In uno dei suoi libri (“Tanti amori”) parlo’ della cultura della sconfitta, non molto conosciuta dalle nostre parti. In “Non gioco piu’, me ne vado” scrisse che il lettore e’ esigente: se sei troppo anonimo si annoia, se sei troppo narciso non si fida. Era figlio di un carabiniere. Nei secoli fedele: al giornalismo.