MILANO (ITALPRESS) – Il sistema universitario italiano è dinamico e strategico per crescita e innovazione, ma resta fortemente polarizzato. Le eccellenze in termini di brevetti e spin-off si concentrano soprattutto nel Nord e nei grandi atenei, mentre persistono divari territoriali e strutturali. Sul fronte della sostenibilità si registrano progressi ambientali ancora limitati, a fronte di consumi in aumento, e contributi positivi sul piano sociale, in particolare per inclusione e parità di genere.
È quanto emerge in sintesi dal V Rapporto dell’Osservatorio MHEO (Milan Higher Education Observatory) “The University Factor – Impatto economico e sostenibilità dell’istruzione terziaria e dell’università”, presentato oggi all’Università degli Studi di Milano, promosso in collaborazione con Centro HEYE (Higher Education and Youth Employability) dell’Università degli Studi di Bergamo, e MEIEC (Milan Economic Impact Evaluation Center) dell’Università degli Studi di Milano. Il Rapporto, curato da Giovanni Barbato, Carlo Fiorio e Matteo Turri dell’Università degli Studi di Milano, e da Michele Meoli e Stefano Paleari dell’Università degli Studi di Bergamo, si propone di esplorare l’impatto economico e sociale delle università, prendendo in esame la crescita delle attività di brevettazione, lo sviluppo degli spin-off, i legami con il territorio e la sostenibilità. “Le analisi condotte dall’Osservatorio MHEO dimostrano come le università rappresentino un fattore determinante per lo sviluppo di Milano e della Lombardia.
La lettura dei dati consente di guardare al futuro con fiducia, poiché offre le basi per affrontare con consapevolezza i profondi cambiamenti attualmente in corso”, ha spiegato Matteo Turri, docente di Economia Aziendale dell’Ateneo e responsabile scientifico di MHEO. “Il V Rapporto MHEO conferma ancora una volta il valore dei dati e delle analisi basate sull’evidenza del nostro Osservatorio, per comprendere le dinamiche dell’istruzione, del sistema socio-economico e del mercato del lavoro, individuando sì criticità ma anche opportunità, in particolare nel contesto lombardo e milanese. Le trasformazioni che stanno investendo il mercato del lavoro e la nostra società nel suo complesso, sotto la spinta della transizione digitale, della AI, dei cambiamenti demografici e sociali in atto, fanno infatti emergere da un lato la richiesta di nuove competenze e dall’altro impongono alle università un profondo aggiornamento dei modelli formativi e delle strategie di apprendimento – il nostro Ateneo sta ad esempio perfezionando nuovi percorsi formativi e una didattica innovativa proprio per rispondere a questa sfida. In questo percorso, il dialogo con il territorio e il contributo dell’Osservatorio MHEO della Statale di Milano rappresentano risorse strategiche fondamentali”, ha aggiunto la Rettrice Marina Brambilla. Brevettazione universitaria: in Italia solo l’8% dei brevetti europei, di cui il 47% in Lombardia. Tra le cause, cultura brevettuale limitata e disallineamento tra offerta di ricerca universitaria e domanda industriale.
In Europa, tra il 2000 e il 2020, la quota delle domande di brevetto universitario è cresciuta dal 6,2% al 10,2% del totale delle domande europee presentate da richiedenti europei. Le istituzioni italiane contribuiscono al 6,6% delle domande di brevetto accademico complessive, mentre dalla Germania arriva il maggior numero di domande (circa il 24%, seguita da Francia (17,9%) e Regno Unito (12,1%). In Italia, la brevettazione universitaria costituisce l’8% del totale dei brevetti depositati da richiedenti italiani, quota superiore a quella tedesca 5,8% ma inferiore agli altri principali paesi europei. A fronte del significativo aumento registrato negli ultimi anni delle domande di brevetto derivanti dalle università italiane – da 186 domande nel 2000 fino ad arrivare a quota 1.235 nel 2022 – il numero di brevetti concessi si è stabilizzato, con un tasso di successo in diminuzione e un aumento dei brevetti non concessi o decaduti. Il sistema italiano della brevettazione universitaria risulta fortemente polarizzato: nel Nord Italia, in particolare, si concentra il 47% dei brevetti universitari, con la Lombardia al primo posto (29%), seguita da Piemonte ed Emilia-Romagna, che complessivamente coprono circa il 65% del totale nazionale. Queste attività si sviluppano prevalentemente nei settori farmaceutico, delle tecnologie medicali e delle biotecnologie.
Cultura brevettuale limitata e disallineamento tra l’offerta di ricerca universitaria e la domanda industriale contribuiscono a spiegare perché molte università non traducono ricerca di qualità in proprietà intellettuale. Spin-off universitari: riduzione costante del loro numero, localizzazione prevalente nel Nord Italia e focalizzazione in ambito ingegneristico con basso tasso di fallimento. Si registra una riduzione significativa e costante del numero di spin-off universitari, passati da 86 nel 2018 a 20 nel 2024, un andamento influenzato dall’incertezza generata dalla pandemia del 2020, dall’introduzione di regole più restrittive e da fragilità strutturali legate alle dimensioni ridotte, alla scarsa attrattività dei capitali e alla limitata crescita internazionale. La distribuzione territoriale degli spin-off segue il trend già evidenziato per la brevettazione, con il Nord che raccoglie il 47% delle iniziative. La maggioranza di questi spin-off nasce all’interno di atenei di grandi e mega dimensioni e in prevalenza all’interno di un singolo ateneo, indicando una limitata collaborazione inter-universitaria. Gli spin-off sono in larga parte monodisciplinari (83%), con una prevalenza delle discipline ingegneristiche (46%).
La maggiore creazione di spin-off nelle grandi università è favorita dal più ampio bacino di docenti, ricercatori e studenti, dalla presenza di Uffici di Trasferimento Tecnologico strutturati e servizi specializzati, dalla localizzazione in aree metropolitane o distretti industriali che facilitano i collegamenti con imprese, investitori e incubatori, nonché da una maggiore reputazione e visibilità, capaci di attrarre partner industriali, talenti e progetti di ricerca di alto profilo e di rafforzare la capacità innovativa e imprenditoriale. Nonostante le criticità, gli spin-off universitari presentano un basso tasso di fallimento: solo l’1% chiude entro il primo anno e il 7% entro cinque anni. Infine, il rapporto dedica una sezione alla sostenibilità degli Atenei, analizzata dal punto di vista ambientale, sociale ed economico-finanziario. Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, tra il 2015 e il 2021 il consumo energetico degli Atenei italiani è aumentato del 24,1%, mentre la spesa è salita del 22,6%: l’autoproduzione, pur cresciuta di circa il 300% e coprendo solo il 2% del fabbisogno, ha contribuito a contenere l’incremento della spesa e indica un ampio potenziale di sviluppo verso una maggiore autosufficienza energetica. Sul fronte dell’inclusione e della sostenibilità sociale, tra gli immatricolati si rileva un buon equilibrio di genere, con prevalenza femminile. Restano differenze tra aree disciplinari: le donne prevalgono nei settori umanistici ed educativi, mentre gli uomini in ingegneria e ICT.
Si notano però segnali di riequilibrio, con crescente presenza femminile nelle discipline tecnico-scientifiche e maschile in quelle umanistiche. Nel 2022-2023 gli studenti esonerati dal pagamento delle tasse erano il 37,6% degli iscritti, oltre tre volte rispetto al 2010-2011. Una sezione del V Rapporto è inoltre dedicata a una survey condotta su un campione di 2.500 studenti dell’Università Statale di Milano (maggio e ottobre 2025) sul benessere economico-finanziario e sugli impatti sulla carriera accademica. L’affitto emerge come principale voce di spesa per gli studenti autonomi, sebbene il 62,6% risieda in abitazioni di proprietà familiare; il 25,6% che sceglie l’autonomia abitativa sostiene oneri rilevanti che incidono sulla qualità della vita universitaria. Il 57,6% degli studenti non lavora e dipende dal sostegno familiare, mentre circa un terzo degli studenti lavoratori affronta carichi orari significativi, con una conseguente scelta obbligata tra lavoro e continuità didattica. Un terzo degli studenti riesce a coprire al massimo 100 euro con risorse proprie, segnalando una vulnerabilità strutturale agli shock economici e una forte dipendenza dalla rete familiare. -Infine, il 55% risparmia senza ricorrere a strumenti dedicati.
– Foto grafico “The University Factor – Impatto economico e sostenibilità dell’istruzione terziaria e dell’università” –
(ITALPRESS).









