di Vincenzo Petrone (*)
ROMA (ITALPRESS) – In questo primo anno dell’era Trump, l’intellettualita’ americana e quella europea hanno cercato di catalogare in tanti modi, di tipizzare, i principi fondanti delle strategie di proiezione internazionale geopolitica e geoeconomica del Presidente americano. La “Monroe Doctrine” per riprendere il controllo dell’America Latina e dell’Emisfero Occidentale. Il principio delle sfere di influenza di Metternich e del Congresso di Vienna nell’800, per spiegare l’accomodante rapporto con Putin e la comprensione, se non la simpatia, per le mire in Europa di un dittatore lasciatoci in eredita’ dai tragici Servizi di sicurezza dell’Unione Sovietica. Alcuni politologi hanno addirittura chiamato in causa Machiavelli e la sua teoria dell’esercizio spregiudicato ed imprevedibile del potere da parte del Principe Metternich. E tant’altro. Patricia Cohen invece, sul New York Times di oggi riporta una teoria interpretativa molto plausibile oltre che affascinante, fondata su pubblicazioni accademiche della Georgetown University e della Johns Hopkins. Ne esce un Il Presidente “royal”, un monarca in stile Tudor che gestisce i “suoi” negoziati a Ginevra, presiede a vita il “suo” Board of Peace, determina con i “suoi” business associates la strategia geoeconomica globale degli Stati Uniti. E domenica prossima la nostra Presidente del Consiglio spera molto di incontrarlo anche brevemente dopo che sara’ sbarcata a Milano per celebrare i “suoi” successi dei “suoi” atleti alle “sue” Olimpiadi. E questo in attesa di aprire a giugno, il “suo” Campionato del Mondo di Calcio la cui finale si giochera’ al MetLife Stadium di New York, non distante dalla sua Trump Tower.
Ma nel frattempo si attribuisce il merito di aver posto fine a 8 guerre in mezzo mondo e potrebbe star per concludere la pace n. 9 in Ucraina. E cio’ sebbene il Presidente di quest’ultima, Zelensky e la Vecchia Europa ostacolino la realizzazione dell’anelito di pace sinceramente espresso da Putin nelle loro conversazioni telefoniche in cui agli interpreti e’ fatto divieto assoluto di prendere note. Questi europei si mettono di traverso col pretesto che non si debba compensare un aggressore. Nel rapporto invece con l’altro ostacolo, ossia la Cina di Xi Jijn Ping, il Presidente Trump invece ha rapidamente trovato una soluzione da uomo a uomo, per il problema di sicurezza posto da Tik Tok a causa della accessibilità da parte dei Servizi di Sicurezza cinesi ai dati personali che questa piattaforma conserva.
E anche questa soluzione e’ permeata del concetto monarchico di identificazione dell’interesse dello Stato con l’interesse personale del Sovrano, della sua famiglia e dei gentiluomini che egli ammette a Corte. Ma qual e’ stata la formula usata? La versione americana di TikTok e’ stata segregata e distinta sul piano societario, rispetto alla sua casa madre cinese. La nuova TikTok americanizzata e’ stata acquistata da tre investitori. Il primo e’ Oracle, il cui azionista di riferimento e’ stato uno dei principali sostenitori finanziari delle campagne presidenziali di Trump nel 2016, nel 2020 e nel 2024.
Il secondo investitore in TikTok e’ una Societa’ degli Emirati, che e’ partner della Societa’ della famiglia Trump che investe in cripto currencies. Infine, il terzo acquirente di TikTok e’ un fondo di private equity fondato e gestito dal genero di Trump, Jared Kushner che non ha cariche di governo anche se insieme Witkoff e’ oggi il negotiator in chief dell’America in tutte e tre le principali crisi internazionali, ossia a Gaza, in Iran e in Ucraina. La rigorosa logica de “l’Etat c’est moi” aiuta anche ad interpretare il franchising adottato da Trump nei negoziati internazionali piu’ rilevanti in atto, ed in particolare quelli in corso a Ginevra su due dossier caldissimi, l’Iran e l’Ucraina, ossia una guerra possibile se non probabile ed una gia’ in corso. Piuttosto che tornare ad affidarsi all’infido Deep State impersonato dai funzionari dello State Department e dagli operativi della CIA, Trump ha contrattato lo “Studio Witkoff and Kushner”, i cui Senior Partners sono un amico e socio in affari nel primo caso, parente stretto e socio in affari strettissimo nel secondo. Nel gennaio scorso, per la tregua a Gaza i due professionisti hanno agito con efficacia, non sappiamo in che sequenza, come plenipotenziari diplomatici personali del Presidente e allo stesso tempo, come architetti della futuristica nuova Riviera che sorgera’ sulle rive di quel pezzo di Mar Mediterraneo. Ed entrambi saranno nel nocciolo duro del Board of Peace presieduto da Trump usque ad mortem.
Questa settimana invece i due sono sul Lago Lemano per scongiurare un nuovo attacco americano all’Iran e per negoziare con i diplomatici ed i militari russi e ucraini, un cessate il fuoco e magari un framework di massima per un accordo di pace tra Russia ed Ucraina.
Anche i piu’ scettici verso queste formule di diplomazia privata, si augurano che Witkoff e Kushner riescano nell’impresa diplomatica. Per Gaza in gennaio hanno portato a casa una tregua molto importante, ottenuta a dispetto della diplomazia tradizionale, dopo decine di migliaia di morti registrati nell’operazione militare di Israele per sradicare i terroristi di Hamas da Gaza. Adesso si dovra’ passare alla seconda fase dell’intesa, soprattutto al disarmo dell’area e di Hamas. E ci si puo’ soltanto augurare che anche stavolta la diplomazia pur se di ispirazione monarchica, abbia successo. A questa fase seguirebbe l’attivita’ di sviluppo sotto l’impulso del Board of Peace, creato dalla Risoluzione 2803 delle Nazioni Unite. Piaccia o non piaccia la sua composizione. Sull’Iran, gli esiti reali delle conversazioni di ieri a Ginevra sono incerti. E questo perche’ la successiva comunicazione iraniana e quella americana circa i risultati sono in aperta contraddizione. Gli iraniani, per bocca del Ministro degli esteri sostengono che si e’ gia’ arrivati ad una prima intesa di massima sui “principi guida” del processo di limitazione dell’arricchimento dell’uranio.
Il Vice Presidente J.D. Vance ha sostenuto invece che l’Iran non ha voluto prendere nota di alcune “linee rosse americane”, presumibilmente circa la limitazione della produzione di missili balistici prodotti in Iran e la fine dei finanziamenti e del riarmo di Hezbollah in Libano, degli Houthi in Yemen e dei miliziani di Hamas a Gaza. Neanche una parola da parte americana circa la repressione violenta del dissenso da parte degli Ayatollah. Comunque, il fatto stesso che il dialogo sia stato avviato e’ un dato estremamente positivo. Tuttavia, se come e’ augurabile, l’obiettivo dell’enorme dispiegamento navale americano fosse quello di disinnescare durevolmente la minaccia iraniana verso Israele e verso le Monarchie sunnite del Golfo, non sarebbe certamente sufficiente una limitazione anche drastica ai processi di arricchimento dell’Uranio in cambio della attenuazione delle durissime sanzioni in atto.
Questi processi di arricchimento resteranno comunque paralizzati per un pezzo, accordo o non accordo, e cio’ grazie ai bombardamenti israeliani ed americani dell’estate scorsa.
Se Trump dovesse accontentarsi di un successo molto parziale sul nucleare, l’intesa con l’Iran somiglierebbe, in peggio, all’accordo del luglio 2015 stipulato dall’odiato predecessore Barak Obama, il JCPOA. E Trump da quell’accordo si e’ ritirato nel 2018, definendolo testualmente “uno dei peggiori accordi mai sottoscritti dagli Stati Uniti”. In ultima analisi, nel caso della crisi con l’Iran come in quello del negoziato con i russi, per quanto autorevoli e capaci possano essere Witkoff e Kushner, il metodo della transazione, dell’incontriamoci a mezza strada sul prezzo, pur efficace nel mondo degli affari, potrebbe non esserlo in iran, a Mosca e in Ucraina. E questo perche’ in entrambi i casi si scontra con la natura esistenziale delle posizioni degli Ayatollah e di Putin e con la lotta di popolo degli ucraini per la loro indipendenza e identita’ nazionale. Per gli Ayatollah, rinunciare o anche limitare la capacita’ di colpire Israele con i missili balistici vorrebbe dire mettere una pietra tombale sulla propria deterrenza verso nuovi bombardamenti israeliani. Nella guerra dei 12 giorni in giugno, quei missili sono riusciti a fare danni importanti in Israele.
Allo stesso tempo, lasciare che Hezbollah, gli Houthi e Hamas si estinguano comporterebbe per l’Iran la rinuncia allo status di potenza regionale e alla posizione strategica di esponente ultimo dell’opposizione islamica alla esistenza di Israele. Queste due rinunce aprirebbero all’interno del sistema di potere che sorregge la teocrazia iraniana, delle crepe profonde che porterebbero al rovesciamento del regime da parte degli strumenti militari che gli stessi Ayatollah hanno creato come garanzia di sopravvivenza. Ci si riferisce qui soprattutto al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie. Almeno altrettanto esistenziale e dunque non negoziabile e’ per Putin, la conquista dell’intero Donbas, inclusa la parte che la Russia non e’ mai riuscita ad occupare dopo ben 4 anni di guerra e oltre un milione di uomini morti o gravemente feriti. Ai russi Putin ha raccontato che Il Donbas e’ ormai parte integrante della Federazione Russa e ha cambiato la Costituzione affinche’ lo statuisse. Il 22 febbraio del 2022 l’Armata russa non ha varcato il confine per “liberare” l’Ucraina tutta dai “nazi fascisti”? Accontentarsi ora di un pezzo di Donbass e convivere con una Ucraina membro dell’Unione Europea, democratica e fiera della straordinaria guerra di resistenza all’invasione? Sarebbe probabilmente incompatibile con la sopravvivenza della dittatura di Putin. Tutto questo non esclude affatto che Witkoff e Kushner possano raggiungere un buon risultato anche in Iran e in Ucraina, suyllla scia del primo obbiettivo successo, per quanto fragile, riportato sul dossier di Gaza.
I due hanno un privilegio, una credibilita’ che qualunque diplomatico a tutte le latitudini, gli invidierebbe: la fiducia incondizionata del vertice politico del proprio Paese, del Presidente.
Per di piu’, negoziano da diplomatici ma disponendo di una pistola sul tavolo con il colpo in canna. Nel caso iraniano grazie alle due portaerei schierate al largo dello Stretto di Hormuz. E nel caso della Russia con le sanzioni petrolifere dirette avverso le oil companies di Mosca, e indirette sull’india. il secondo maggior importatore di petrolio russo. Tutto questo modo di procedere sara’ anche irrituale, ma lo “Studio Witkoff and Kushner” puo’ arrivare a risultati concreti e positivi che forse la diplomazia tradizionale, quella repubblicana, in questo quadriennio trumpiano non saprebbe ottenere.
Eppure un rischio importante esiste e non e’ il risentimento del “Deep State” e neppure lo scetticismo degli europei. No. Il vero rischio e’ la volubilita’ del presidente Trump, la sua fissazione per il “quick fix” da esibire subito sui social, come successo personale, successo sempre definito unico al mondo ed unico nella storia degli Stati Uniti. La tentazione trumpiana del ‘quick fix” cosmetico. Quella temono a Tel Aviv, Parigi, Berlino e Londra, forse un tantino meno a palazzo Chigi in italia. Che Trump dichiari vittoria dopo una soluzione di facciata che consenta di passare ad altro e serva soprattutto a fargli superare lo scoglio dei problemi di sostentamento economico che milioni di famiglie americane stanno soffrendo e che potrebbero fargli perdere le elezioni di mid term a novembre. In tal caso, nel giro di pochi mesi, con un Congresso a maggioranza democratica o quanto meno paralizzato, neanche lo “Studio Witkoff and Kushner” potrebbe salvarlo dal destino di tanti altri Presidenti trasformati in anatre zoppe a meta’ mandato. Per di piu’ con il rischio che in congresso si aprano procedure di impeachment montate dai democratici senza alcuna speranza di effettivo successo ma con effetti comunque debilitanti per il Presidente sul piano interno e su quello internazionale.
(*) ambasciatore a.r.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).









