Aziende italiane in Cina. Costo del lavoro in frenata, focus su competenze

PECHINO (CINA) (ITALPRESS) – La Camera di Commercio Italiana in Cina e Talent Fishers China hanno fotografato il mercato del lavoro delle aziende manifatturiere italiane in Cina con la CCIC Salary Survey 2025 – Focus Manifatturiero. Il report è basato su 103 risposte valide raccolte con indagine online nel novembre 2025 e fornite da figure senior di HR, direzione generale o finanza.

Il campione descrive un tessuto composto soprattutto da realtà piccole e medio-piccole (meno di 250 dipendenti in Cina). Il comparto più rappresentato resta Machinery/Industrial Equipment & Facilities (34,65%). Sul piano societario con l’80,4% dominano le WFOE (Wholly Foreign-Owned Enterprise: è una società in Cina interamente posseduta da investitori stranieri).

Geograficamente, la presenza è concentrata nell’Est del Paese: Suzhou emerge come hub principale (57,50%), seguita da Shanghai (16,44%).
Il clima resta prudente ma in miglioramento: nel 2025 il 43% delle aziende indica un andamento “positivo”, il 38% prevede stabilità e circa il 16% esprime un sentiment negativo.

La moderazione si riflette nella dinamica retributiva: nel 2024 la maggioranza delle imprese ha riconosciuto aumenti medi inferiori al 5% (al netto di promozioni) sia per blue collar sia per white collar; gli incrementi oltre il 6% sono rari e sopra l’8% quasi assenti.

Anche il capitolo costi segue la stessa logica: nel confronto 2025 vs 2024 prevalgono aumenti di costo del lavoro contenuti (0-10%), con pochi casi a doppia cifra, associati in genere a aggiustamenti strutturali o espansioni.
Sul fronte occupazionale, il report segnala una fase di stabilità con ricambio sotto controllo, soprattutto per gli impiegati: circa due terzi delle aziende registrano un turnover white collar sotto il 5%; per i blue collar quasi il 90% mantiene il turnover sotto il 20%, un livello considerato solido in un contesto manifatturiero.
Le ragioni di uscita, però, indicano una competizione che non è solo salariale: lo sviluppo personale resta il primo driver, mentre motivazioni economiche e familiari continuano a pesare. La permanenza media si concentra tra 5 e 10 anni; tra gli operai cala la quota 5-10 anni e raddoppia quella oltre 10 anni, segnale di una base più “anziana” e fidelizzata in parte del campione.

Le priorità HR rimangono chiare: reclutare profili qualificati è ancora la prima sfida, seguita dall’aumento dei costi del lavoro. Cresce però il peso dei cambiamenti demografici, entrati nella “top five” (dal 5% al 16%), mentre la “retention” scende di importanza (da quasi 30% nel 2024 a circa 14% nel 2025), coerentemente con un turnover che nel complesso viene percepito come gestibile.

In questo quadro, le aziende orientano gli adeguamenti retributivi soprattutto sulla performance: il 96,9% indica la prestazione individuale come fattore importante o molto importante (67,7% “molto importante”). Pesano anche retention e aspettative dei dipendenti, oltre alla concorrenza di settore.

E la leva dei “total rewards” diventa più centrale: benefit come indennità trasporto e mediche sono particolarmente diffusi; per trattenere figure chiave contano soprattutto formazione/educazione (57,5%) e, a seguire, la flessibilità (ore flessibili al 42,5%), anche se la maggioranza dichiara di destinare meno del 10% del costo del lavoro a training ed education.

In sintesi il report mostra è una manifattura italiana in Cina in fase di relativa stabilità: aumenti moderati, attenzione ai costi e una competizione sui profili più ricercati che passa sempre più da pacchetti complessivi, crescita delle competenze e organizzazione del lavoro, oltre che dalla busta paga.

– Foto screenshot 2025 CICC Salary Survey –

(ITALPRESS).

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