QUANTA INTER NELLA VITA DI GIGI SIMONI

Gigi Simoni ha sempre fatto parte di un piccolo club di miei amici classe 1939 che di solito festeggia in solitudine con un bicchiere di vino. Lui se n’è andato troppo presto dopo aver già messo un dubbio sul suo futuro un anno fa. Dopo anni di frequenti contatti, una lunga interruzione dovuta alla morte di Adriano, 33 anni, vittima di un incidente stradale nel ’99, a Bologna. Sembrava non aver più interesse per la vita, Gigi. Ci capivamo perchè ero passato per un identico dolore. Lo ritrovai ai tempi del Gubbio, a fine carriera, dove lo avevano chiamato soprattutto perchè era onesto, e il suo sorriso sempre frenato era diventato mesto.
L’ho conosciuto giocatore, fin dai tempi di Mantova, quando io facevo i primi passi in C e lui era già in A: 1961, un’edizione favolosa, presidente Nuvolari, allenatore Mondino Fabbri che quando salì di statura professionale – non fisica – mi chiese di non chiamarlo più Mondino. Con Gigi c’erano bei personaggi: William Negri, che avrei ritrovato portiere del Bologna; Giagnoni, il futuro “colbacco granata” (molti mantovani finivano al Torino, Gigi stesso ci giocò con Meroni); Angelo Benedicto Sormani, che aveva esordito nel Santos con Pelè e in Italia fece un figurone finendo ovviamente ribattezzato “il Pelè bianco”; poi Beniamino Cancian, Renzo Uzzecchini e Renzo Longhi. Proprio Simoni mi disse che Longhi era il fratello di un giornalista dell’Avvenire d’Italia, Albino.
Una sera, a Bologna, chez “Rodrigo”, Albino mi fece una testa così sul fratello Renzo: cresciuto nelle giovanili dell’A.C. Mantova, si era affermato in prima squadra nel 1955, diventando protagonista, da capitano, della storica scalata dalla IV serie alla Serie A, del “Piccolo Brasile” di Fabbri. Ne parlava con ammirazione, Albino, tipo “ui sì c’è l’ha fatta”, e non fu da meno, eterno direttore del Tg1 “da salvare”.
Di questo parlavo con Gigi e, en passant, del famigerato match Mantova-Inter che negò ai nerazzurri uno scudetto praticamente vinto trasferendolo alla Juve di Heriberto Herrera. Per la altrettanto famigerata papera di Giuliano Sarti che – raccontò “La Stampa” – “appostato sul palo, tentava di fermare la palla, che però gli sfuggiva di mano rotolando in goal”. Emilio Violanti – grande giornalista e filointerista – scrisse sulla Gazzetta “vedrete che Sarti finirà alla Juventus, ci starà un paio d’anni, poi sparirà dal giro del grande calcio”. Così fu, ma Gigi non voleva accettare la versione maligna.
Ne riparlammo – e stavolta giravano anche a lui, sembrava un vizio bianconero – quando il 29 aprile 1998 la Juve battè la sua Inter per un rigore negato ai nerazzurri, fallo di Iuliano sul Fenomeno. Per la prima volta Gigi esplose, usando termini assolutamente insoliti per lui. Se la cavò con niente, ma perse l’occasione professionale più bella della sua vita. Gli fui vicino, anche troppo. Scrissi un pezzo che mi portò in tribunale con Bruno Gentili e altri illustri colleghi con i quali avevo partecipato a una mitica puntata del “Processo di Biscardi”. Tutti assolti – me escluso – con il verdetto “verba volant, scripta manent”. Io avevo scritto, pagai un pacco di milioni. Quando ritrovavo Gigi, e ne parlavamo, avevamo ancora il piacere di infuriarci.