PIU’ DELLA DOMENICA MI MANCA IL LUNEDI’

Agli italiani manca la domenica. Piu’ di quanto non pensassero prima del Coronavirus. E dire che li ho sentiti anche lamentarsi, prima: troppe partite tutti i giorni e la domenica. Esagerati. Mia moglie non ne puo’ piu’: perche’ non mi lasci un po’ sola e vai a vederti la partita dove vuoi? Profetico fu il libro che mi spinse a fare il giornalista sportivo, proprio “Tutti i giorni e di domenica” di Richard Powell. A me in verita’ manca il lunedi’. E’ vero che il gran commento alle partite si fa in tivu’ la domenica sera e il blabla si trascina fino all’inizio del lunedi’ ma vuoi mettere il pezzo del giornalista preferito, le sue pagelle, le chiacchiere da spogliatoio vere, non teleguidate da uffici stampa che odiano la stampa, il tutto stampato su carta? Uscivamo dalle garbate esibizioni televisive di Enzo Tortora, Lello Bersani, Paolo Frajese, Sandro Ciotti e i loro ospiti sempre di qualita’, poco ruspanti, e s’aspettava il mattino del lunedi’ per la cerimonia vera: la lettura. Gianni Brera, Antonio Ghirelli, Gualtiero Zanetti, Renato Morino, Giovanni Arpino, Giglio Panza Giuseppe Pacileo, Gianni Melidoni e altri che lascio nella penna senno’ riempirei una pagina, anzi, giochiamo: ogni lettore aggiunga all’elenco il suo critico speciale. Un gioco al tempo del Coronavirus. Quando Enzo Ferrari battezzo’ i commentatori sportivi “ingegneri del lunedi’” – scopritori di fatti dopo i fatti – molti se la presero, io mi feci un cartoncino, ce lo scrissi sopra e lo infilai nel metaforico cappello alla Humphrey Bogart. “E’ la stampa, bellezza!” fu la mia difesa. La bellezza vera consisteva nel fatto che i commenti erano tutti diversi, diversi i voti in pagella, totale anarchia tecnico-tattica perche’ quel che contava, in tutte quelle chiacchiere, era che il giornale di casa doveva difendere la squadra di casa. Tutto qui. E il lunedi’ era bellissimo registrare l’unica vera forma di libera opinione proprio nelle pagine sportive, le altre essendo spesso appaltate a pensatori liberi. Di non esserlo. Un trionfo, il lunedi’, tanto che quando Brera passo’ a “Repubblica” che il lunedi’ non usciva scelse di andare a farlo da Biscardi. E’ vero, “si faceva” il lunedi’ per mettere insieme un’opinione equilibrata prevalente. E tirare avanti. Io ero un critico d’assalto ma una sera di un lunedi’ cambio’ la mia vita: ero da Biscardi, seconda puntata del “Processo”, lui aveva l’abitudine di assegnare ruoli nella sua poco divina commedia. Arrivo’ a me e mi disse:”Tu devi fare l’equilibratore”. Sospettai il gommista. E invece mi trovai bene, in quei panni, per decenni. Salvo errori e omissioni e ribellioni di cui vado orgoglioso.
Si’, mi manca il lunedi’. Quando nei Settanta ingaggiai per il mio giornale Oreste del Buono – il mitico OdB, laudato scrittore che ci teneva solo ad essere noto come seguace di Gianni Rivera e Dick Tracy – e gli chiesi cosa volesse fare, mi disse “una rubrica il lunedi’”. Mi caddero le braccia. Ma smenti’ il mio atteggiamento sfiduciato. Scopri’ un baretto sotto casa sua dove il lunedi’ si riunivano i neri del quartiere. A dibattere di calcio, soprattutto, evidentemente, di Milan e Inter: stavano diventando milanesi davvero e il Derby dava loro un’identita’. Un grande scrittore e uomo di cultura aperto al sociale aveva scoperto un mondo nuovo e me lo mise in pagina per anni. Il lunedi’. Ovviamente.