A CANNES “3 VISAGES” DI JAFAR PANAHI

Il cinema in cattività di Jafar Panahi trova sempre una via d’uscita, una sua strada che lo conduce verso la narrazione del suo mondo e, ovviamente, dell’Iran contemporaneo. Per quanto ancora formalmente costretto a non girare film, Panahi è in Concorso a Cannes 71 con “3 visages”, ma non ha potuto accompagnare il film al festival, non tanto per un divieto ad uscire dal suo paese quanto, spiega il direttore Thierry Fremaux, per il rischio di non potervi più tornare. I suoi lavori comunque escono, arrivano ai festival e arrivano al pubblico, distribuiti nel mondo intero come è accaduto anche con il precedente “Taxi Teheran”, uscito anche in Italia dove vedremo presto anche questo “3 visages”, già acquistato da Cinema Distribuzione. Il film è ancora una volta sulla strada, a bordo di una vettura spinta verso il Nord-Ovest del paese, nella regione azero-iraniana, da cui proviene la famiglia del regista (che infatti ha girato nei villaggi d’origine dei suoi genitori e dei nonni). La storia vede la celebre attrice iraniana Behnaz Jafari, popolare star di serie tv, accompagnata da Panahi stesso in un viaggio verso un villaggio, in cerca di una ragazza che ha mandato un videomessaggio in cui sembra che si impicchi, dopo aver chiesto il loro aiuto perché la famiglia non vuole che studi cinema. Il dubbio che si tratti di un vero gesto disperato o solo di una messa in scena sconvolge l’attrice e la spinge a farsi accompagnare dall’amico regista in quella regione lontana. La verità che scopriranno è fatta di una antica umanità pregna di tradizioni, legami, pregiudizi, rituali, in cui una ragazza dotata di talento e personalità viene considerata una matta ed è costretta ad obbedire al padre e al futuro marito. Jafar Panahi segue la traccia di partenza sino infondo, percorrendo polverose strade di provincia nel segno di un possibile suicidio, proprio come il protagonista del “Sapore della ciliegia” del compianto Abbas Kiarostami percorreva la periferia di Teheran. In “3 visages”, del resto, Panahi coniuga come un omaggio a Kiarostami la spinta poetica costante del proprio cinema, basato sul dialogo tra finzione e realtà, tra sguardo realistico e messa in scena cinematografica.

Il film nutre il dubbio che tutta la situazione sia una finzione ordita da Panahi stesso a scapito della diva per coinvolgerla nel suo film, ma poi la scelta di girare nei villaggi azeri da cui è originario testimonia di una necessità di radicare il suo cinema in se stesso, sentita anche più forte in ragione del divieto impostogli dalle autorità iraniane. Come la vecchia attrice che vive in quel villaggio isolata dal mondo e capace ormai solo di scrivere poesie e dipingere quadri, Panahi si proietta in uno scenario astratto e originario per ritrovare una sua ragione di essere e restituire alla verità del cinema la verità della sua terra. Il film è coinvolgente e semplice nella sua poesia realistica e trova nella presenza della star Behnaz Jafari un punto di forza carismatico e efficace.

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