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sabato 20 aprile 2019
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SALARIO MINIMO, GOVERNO NON INDEBOLISCA CONTRATTAZIONE

19 marzo 2019

Ed ecco che dopo il reddito di cittadinanza, l’arciMinistro Di Maio, si propone di intervenire anche sul salario orario stabilito per legge. A legittimare l’intervento del governo arriva il Pd dall’opposizione, con una proposta identica sul piano ideologico, ma con 9 euro netti anziché lordi proposti dal ministro del lavoro. Si sa, la sinistra ha sempre avuto intenzioni di questo tipo. Nella sostanza, non ha mai rispettato l’autonomia dei soggetti sociali, per le regolazioni nei rapporti di lavoro. Certamente i 5 Stelle non si sarebbero sottratti a questa fatale attrazione: decidere il salario da assegnare per legge ai lavoratori. Naturalmente, si spiega e si rispiega, che lo si fa per venire incontro ai lavoratori privi di garanzie contrattuali, ma credo non si sia soppesata ogni controindicazione per il delicato ed efficace sistema delle relazioni industriali. Tutti i lavoratori italiani hanno finora potuto godere del principio costituzionale a che ciascuno potrà contare su una retribuzione capace di sostenere la propria famiglia, e ragguardata alla prestazione fornita al proprio datore di lavoro.

Questa indicazione costituzionale ha sempre, dico sempre, orientato il magistrato in caso di contenzioso, ad applicare i contratti nazionali di lavoro del settore merceologico di pertinenza, siglati dai sindacati e dalle associazioni nazionali delle imprese sul piano nazionale più rappresentativi. Va sottolineato che sicuramente si tratta dell’unico tema, dove ormai la giurisprudenza si è consolidata, da Trento a Agrigento. La stessa Corte costituzionale, con più sentenze nel corso dei decenni, e fino ai nostri giorni, ha sempre avvalorato questa prassi. Tra le motivazioni più profonde della Corte c’è la oggettiva constatazione che la contrattazione nazionale in ogni settore specifico è definita da associazioni datoriali e dei lavoratori largamente rappresentativi, che nel complesso possono vantare una copertura in Italia che nessun altro paese raggiunge: più dell’80%.

Taluni hanno sostenuto che il ricorso talvolta a spregiudicati contratti ‘pirata’ esponga i lavoratori a salari più bassi, ma non è così, datosi che la misura che il magistrato considera è esclusivamente il minimo contrattuale pattuito dalle associazioni più rappresentative sul piano nazionale. Dunque a chi giova introdurre una misura che addirittura espone il Parlamento a una rincorsa tra le mutevoli maggioranze e opposizioni? Insomma, i lavoratori avrebbero solo da perderci: in prospettiva per il salario e per la perdita del loro potere complessivo nella società. Torneremmo indietro di diversi e diversi decenni. Invece, se il governo vuole fare qualcosa per i paria del lavoro italiano, si preoccupi dei lavoratori para-autonomi: partite Iva povere, cocopro, collaboratori e associati in partecipazione, e altre ancora.

Queste realtà, essendo configurate nel lavoro autonomo e non avendo potere contrattuale come i lavoratori dipendenti, sono esposte sul salario e sul Welfare. Va precisato anche che molti di questi lavoratori autonomi, in verità, svolgono mansioni da lavoro dipendente, per risparmiare su tasse, contributi e salario. Spero dunque che il Governo desista dall’indebolire la contrattazione tra le parti nel lavoro dipendente per difendere la loro preziosa autonomia. A meno che il problema di Di Maio sia un altro.

Raffaele Bonanni

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