di Stefano Vaccara
NEW YORK (STATI UNITI) (ITALPRESS) – La Corte suprema ha inflitto a Donald Trump un colpo politico e istituzionale di prima grandezza. Con una sentenza “6-3”, i giudici hanno stabilito che il presidente ha superato i suoi poteri imponendo dazi su vasta scala senza l’autorizzazione del Congresso. Non si tratta di un dettaglio tecnico: è un colpo diretto al pilastro della sua strategia economica.
La maggioranza, guidata dal presidente della Corte suprema, John Roberts, ha chiarito che il capo della Casa Bianca non può usare una legge d’emergenza del 1977 per tassare le importazioni. La Costituzione assegna al Congresso il potere di regolare il commercio e imporre tasse. Punto.
In altre parole: l’esecutivo non può sostituirsi al legislativo. Il dissenso, firmato dai giudici conservatori Brett Kavanaugh, Clarence Thomas e Samuel Alito, ha sostenuto che il presidente dovrebbe avere ampi margini nell’ambito della politica estera e commerciale. Kavanaugh ha avvertito che la decisione potrebbe generare caos, soprattutto per i possibili rimborsi miliardari ai importatori che hanno già pagato i dazi. Ma la maggioranza ha scelto di ribadire un principio fondamentale: i poteri presidenziali non sono illimitati. Trump ha reagito definendo la sentenza “una vergogna”. È prevedibile che cerchi ora altre basi legali per reintrodurre tariffe attraverso strumenti diversi, come le sezioni 232 o 301 delle leggi commerciali. Ma il danno politico è evidente: l’architettura dei suoi dazi generalizzati è stata smontata.
Sul piano economico, l’impatto è enorme. Dal 2025 il Tesoro ha incassato oltre 200 miliardi di dollari in entrate tariffarie. Se dovessero scattare rimborsi, si parla di oltre 100 miliardi di dollari potenzialmente da restituire. Questo potrebbe pesare sul deficit federale. E resta un fatto spesso oscurato dalla retorica: i dazi non li pagano “gli altri”.
Li pagano in larga parte le aziende e i consumatori americani, sotto forma di prezzi più alti. Le reazioni al Congresso mostrano una frattura. Lo Speaker della Camera, Mike Johnson (R-Louisiana), come previsto, ha difeso la strategia di Trump, affermando che “Congresso e amministrazione determineranno il miglior percorso nelle prossime settimane” e sostenendo che i dazi abbiano rafforzato la leva negoziale americana.
Ma altri repubblicani hanno assunto un tono diverso. Il senatore John Curtis (R-Utah) ha dichiarato che la sentenza conferma che il sistema di checks and balances resta forte dopo quasi 250 anni. Il senatore Chuck Grassley (R-Iowa) ha ribadito che il Congresso deve riappropriarsi del suo ruolo costituzionale sul commercio. Anche il senatore Bernie Moreno (R-Ohio) ha criticato la Corte e chiesto al Congresso di intervenire per codificare i dazi, segno che il fronte repubblicano non è monolitico ma attraversato da tensioni tra istituzionalisti e lealisti.
Tra i democratici, il senatore Tim Kaine (D-Virginia) ha parlato apertamente di riaffermazione della separazione dei poteri. E dalla California il governatore Gavin Newsom ha chiesto che i dazi riscossi vengano rimborsati agli americani con gli interessi.
Il dato politico centrale, però, è un altro. In un’epoca in cui molti temono una concentrazione eccessiva di potere nell’esecutivo, la Corte Suprema ha ricordato che esistono limiti. Ci sono ancora giudici a Washington! Trump non è al di sopra della legge sul commercio. La battaglia sui dazi non è finita.
Ma il messaggio istituzionale è già scritto. Se la Corte può limitare il potere presidenziale sui dazi, potrà farlo anche su altri fronti? In un’America attraversata dallo scandalo Epstein e da tensioni istituzionali crescenti, la sentenza ricorda che il potere esecutivo ha confini precisi. Trump potrà accusare i giudici, il Congresso, chiunque. Ma il messaggio è chiaro: governare senza limiti non è più possibile.
-Foto IPA Agency-
(ITALPRESS).









