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giovedì 24 agosto 2017
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TRUMP, LA VERA INCOGNITA È LA POLITICA ESTERA

11 novembre 2016

Donald Trump è diventato il 45° Presidente degli Stati uniti, smentendo i sondaggi e gli opinionisti più o meno accreditati, perché è stato capace di dar voce, e quindi di rappresentare, a una moltitudine di connazionali profondamente arrabbiati e spaventati per le conseguenze economiche e sociali prodotte dalla globalizzazione e dal ruolo centrale che nel nostro tempo ha esaurito la finanza internazionale: perdita di posti di lavoro, impoverimento della classe media, ansia per il futuro dei propri figli. Lo ha fatto con un linguaggio diretto e spesso "violento" che ha rappresentato il sentimento di tantissimi  americani, soprattutto bianchi ma non solo, che pensano esattamente quel che Trump ha detto a voce alta ma che quasi si vergognano delle loro opinioni certamente non "politicamente corretto". Una strategia vincente anche perché avere di fronte un avversario come la Clinton che rappresenta la quintessenza del potere, il simbolo di un establishment dominato da poteri forti e insensibili agli interessi del popolo.

Trump non ha convinto la maggioranza dei suoi connazionali ma ha espugnato stati tradizionalmente democratici, ha fatto breccia in categorie che si pensava che non lo avrebbero sostenuto (donne, afroamericani, ispanici, tute blu...) e ha sovvertito ogni pronostico. Se avesse avuto di fronte un democratico come Sanders che si proclama apertamente socialista (sik!) ma che certo non può essere considerato un uomo della casta (per usare un'espressione nostrana)  forse Trump non sarebbe diventato l'inquilino della Casa Bianca, ma di questa ipotesi mancherà sempre la conferma e non vale quindi la pena di esaminarla in modo approfondito.

E' invece interessante e giusto chiedersi che cosa la elezione del  Tycoon determinerà concretamente nella politica statunitense ed in particolare nella politica estera della maggior potenza mondiale.

Un po' per autoconsolarsi per la batosta subita, un po' perché per almeno 4 anni sarà Trump il presidente e quindi bisogna rassegnarsi e prendere atto del fatto compiuto, in molti hanno evocato Ronald Reagan, uno dei migliori presidenti degli ultimi decenni, anch'egli inizialmente visto come un estremista pericoloso dagli ambienti progressisti. Non credo ci sono molti punti di contatto tra i due; non solo perché il mondo è in questi anni profondamente cambiato e gli USA non sono stati da meno, ma anche perché l'ex attore californiano era espressione di un blocco sociale e culturale che aveva nel partito repubblicano il punto di riferimento, mentre il magnate Trump è stato eletto vincendo in primo luogo la battaglia contro il suo (presunto) partito. Non è infatti un mistero che i maggiorenti del partito dell'elefantino lo abbiano considerato da subito un "impresentabile pericoloso", un bizzarro miliardario di cui occorreva liberarsi in tutta fretta e in ogni modo. Le cose non sono andate proprio così e oggi che il partito repubblicano controlla il Congresso e ha la maggioranza sia alla Camera che al Senato la prima cosa da chiedersi, per capire cosa Trump vorrà e soprattutto potrà fare come presidente, è quanti congressmans repubblicani sentiranno come un dovere sostenere il "loro" presidente e quanti lo faranno solo se convinti delle proposte avanzate dalla Casa Bianca.

Solo il tempo fornirà una risposta ma molto dipenderà dalle scelte di Trump nella formazione della sua squadra. Le indiscrezioni (in primis quella relativa a Rudolph Giuliani) fanno presumere che il Presidente sarà molto pragmatico e chiamerà al governo uomini (e donne) capaci, per autorevolezza e seguito personale, da orientare l'opinione dei parlamentari repubblicani a proposito delle decisioni della Casa Bianca. Ma se così sarà è evidente che a Trump sarà preclusa, o comunque molto impervia, la via indicata nella campagna elettorale a proposito di diritti civili e ruolo delle minoranze etniche e religiose. Il partito repubblicano tradizionale ha osteggiato Trump anche perché non ha nelle proprie aspirazioni quella di impedire l'aborto, vietare le unioni tra omossessuali, cacciare a calci nel sedere i migranti clandestini o considerare ogni musulmano un potenziale terrorista.

Su queste tematiche i cambiamenti della amministrazione Trump rispetto a quella Obama non saranno certo rivoluzionari. E invece prevedibile che su alcuni cavalli di battaglia dei repubblicani - meno tasse e più investimenti pubblici nelle infrastrutture, nel settore militare e in quello industriale - la discontinuità sarà più marcata e non è detto che ciò sia di per se un elemento negativo. La reazione positiva delle borse ne è l'indiretta conferma.

La vera incognita di quel che farà Trump è la politica estera. Se sul piano commerciale è certo che il presidente cercherà di arginare il libero mercato e di proteggere l'economia a stelle e strisce con misure più o meno protezionistiche è nel rapporto tra Washington e gli altri  players internazionali che oggi è davvero difficile fare previsioni. Se i rapporti tra USA e Duma, Cina, Medioriente cambieranno in modo sensibile e evidente che noi europei ne subiremo le conseguenze, negative o positive che siano. E tutto sarà davvero diverso se Trump metterà in pratica l'intendimento di trasformare la NATO chiedendo ai pochi europei di sopportarne la maggior parte dei costi. Una prospettiva che potrebbe finalmente convincere gli europei a "mettere in comune" la politica militare e di difesa, presupposto indispensabile per una politica estera europea che non sia solo un insieme di belle parole. 

Ma, al tempo stesso, una prospettiva che potrebbe rendere più deboli ed esposti ad attacchi terroristici tutti gli stati del vecchio continente.

Gianfranco Fini

(ITALPRESS).

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