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giovedì 24 agosto 2017
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SONO SEMPRE NECESSARIE NUOVE LEGGI?

13 giugno 2016

Il Pianeta Giustizia - come la Terra - soffre di sovraffollamento, di inflazione e di inquinamento ambientale, nei suoi confronti spesso dovuti a false (o parziali) verità e a mancata conoscenza dei dati reali.

Quindi, riflettere su tali temi può forse essere utile a contribuire alla crescita di consapevolezza su argomenti che spesso sono ritenuti - a torto - patrimonio di pochi eletti.

Voglio inaugurare questa rubrica con una questione di portata generale, che credo chiarisca quanto ho indicato in premessa: ogni volta che si presenta una emergenza criminale l'opinione pubblica, cui fa spesso eco il politico più rapido a coglierne gli umori, richiede a gran voce la introduzione di nuovi reati o, almeno, l'inasprimento delle pene per quelli già esistenti.

Ma, in realtà, per cercare di circoscrivere un fenomeno criminale occorrerebbe operare su diversi versanti: applicare la sanzione nel maggior numero di casi, nei tempi più rapidi che sia possibile (cioè i più vicini al momento della commissione del reato) e con picchi di severità non necessariamente elevatissimi, ma raggiungendo livelli avvertiti, dalla generalità dei consociati, come giusti. E poiché perseguire questi obiettivi è difficile, dal momento che occorrerebbe predisporre mezzi idonei (si pensi alla prevenzione degli incendi), effettuare indagini adeguate con personale opportunamente addestrato, agire mediante una efficace prevenzione e, comunque, avere tempo e pazienza, è quasi naturale che il legislatore (si badi: di qualsiasi coloritura politica e di qualsiasi livello culturale) finisca per percorrere la via più breve, quella dell'immediato consenso, con la tendenza a cercare una risposta immediata, piuttosto che la risposta dovuta.

Se ciò è, in certa misura, inevitabile, e talvolta persino benefico per un sistema democratico, la situazione si complica ulteriormente nell'eventualità che le competizioni elettorali (come nel nostro Paese) si seguano quasi senza soluzione di continuità, con una trasposizione a livello nazionale (quello, poi, della politica criminale: le leggi penali possono essere approvate solo dal Parlamento) anche del più limitato agone locale.

Basti per tutti un esempio. In un passato che ci sembra oggi lontano (ma che è più vicino di quanto si pensi), era affermazione diffusa quella che la mafia non esistesse. Poi, si prese ad affermare con forza che la mafia esisteva, era ovunque e permeava ogni cosa ed ogni persona (anche qui, talvolta, con punte di esagerazioni polemiche). Infine, si disse che non si poteva combattere la mafia, poiché mancavano gli strumenti normativi.

Ebbene, per dimostrare che il quadro va colto nel suo insieme, ma che occorre evitare superficialismi di maniera, mi sembra utile e doveroso riportare l'autorevole opinione di Giovanni Falcone (nell'articolo Tecniche di indagine in materia di mafia, scritto con Giuliano Turone e pubblicato in Cassazione penale, 1983, p. 1039): "qualsiasi associazione mafiosa presenta connotazioni criminologiche tali per cui sarà sempre applicabile ai suoi membri la norma penale di cui all'art. 416 c.p." (cioè il tradizionale delitto di associazione per delinquere, presente già nel codice penale del 1930). In altri termini, mi pare si possa semplificare: se non si fanno le indagini, se non si individuano i colpevoli, se non si fa nulla o si fa poco, non è perché manca una legge (certo utile ed opportuna per svolgere più efficacemente il compito: come il delitto di associazione di tipo mafioso, poi introdotto nel 1982), ma perché non si vuole fronteggiare il fenomeno criminale.

Cosa fare, allora, in generale? Piuttosto che produrre una inflazione di leggi, talvolta inutili o persino dannose, la via preferibile è operare innanzitutto la razionalizzazione di quelle esistenti, magari mediante la predisposizione di appositi "testi unici", cioè di testi che raccolgono, ordinano e semplificano diverse leggi riguardanti la stessa materia.

In secondo luogo, occorre cercare di "mettere a regime" le leggi già esistenti: che senso ha introdurre obblighi, se gli stessi non sono rispettati? Il ventaglio degli esempi potrebbe essere molto ampio: dal casco che dovrebbero indossare certi lavoratori, a quello che dovrebbero indossare i motociclisti; dal "conferimento" dei rifiuti in luoghi ed orari predeterminati, alla cintura di sicurezza che dovrebbe proteggere ogni automobilista; e si potrebbe continuare.

Introdurre obblighi e consentire che gli stessi non siano osservati è più dannoso, dal punto di vista giuridico (si parla di "prevenzione generale") e da quello socio-culturale in senso ampio, che non prevedere del tutto l'obbligo. Perché, indirettamente e "a cascata", si diffonderà la convinzione che si possa lecitamente (o, meglio, impunemente) non rispettare le leggi.

Cerchiamo, allora, se possibile, di evitare che ogni avvenimento di cronaca si trasformi in una iniziativa legislativa, che ogni novità si converta in misure emergenziali; e proviamo a rispettare - e fare rispettare - le leggi esistenti.

Bartolomeo Romano

(ITALPRESS).

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