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giovedì 24 agosto 2017
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L’INSOSTENIBILE LENTEZZA DELLA GIUSTIZIA IN ITALIA (E LE COLPE DELLA PRESCRIZIONE)

19 giugno 2016

Il Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Pier Camillo Davigo, in una intervista televisiva a Maria Latella su Sky TG24 del 19.6.2016, ha sostenuto, tra l’altro, che la giustizia in Italia è in costante peggioramento e che, sulla situazione, incide negativamente anche la prescrizione del reato, che pure lui stesso riconosce essere – in linea di principio – «un istituto di civiltà».

In effetti, il tema della prescrizione è particolarmente sentito nel nostro Paese, nel quale un numero rilevante di procedimenti penali si conclude, purtroppo, con la dichiarazione di estinzione del reato per tale causa; e si comprende bene come la prescrizione sia spesso vista – esclusivamente – come la sconfitta della società e dello Stato e la vittoria dei delinquenti (sebbene, ovviamente, non ancora giudiziariamente ritenuti tali; anzi occorrerebbe riflettere sul fatto che moltissimi processi si concludono con sentenze di assoluzione, magari dopo che gli imputati sono stati in carcere o agli arresti domiciliari).

Ma – a mio parere – il problema più grave del quale soffre la giustizia in Italia è l’insostenibile durata dei processi penali e, ancora di più, di quelli civili: perché anche se si arriva a sentenza, un tardiva giustizia è sempre una cattiva giustizia. Naturalmente, come quasi sempre nel nostro Paese, si tenta di scegliere la via più semplice e facile: quella di allungare la prescrizione (che, peraltro, riguarda solo il settore penale), piuttosto che lavorare per accelerare i processi (tutti: e quelli civili non sono meno importanti, per i cittadini e le imprese, di quelli penali).

Dunque, se è certo che la attuale situazione che comporta una inaccettabile distanza tra il tempus commissi delicti e la conclusione del relativo procedimento penale non può essere consapevolmente accettata, è necessario evitare che un radicale ripensamento della disciplina della prescrizione possa comportare una corrispondente dilatazione dei tempi del processo, e una violazione del giusto processo (di cui all’art. 111 della Costituzione), con effetti negativi sia sulla tutela della vittima che sulla stessa funzione rieducativa della pena. Forse ci si potrebbe limitare, per evitare un eccessivo favor rei nel quadro di un istituto già mitigatore, quale la continuazione di reati nel nostro Paese, a tornare alla disciplina di decorrenza del termine della prescrizione vigente prima della modifica dovuta alla legge Cirielli del 2005, in modo che il termine della prescrizione decorra dal giorno in cui è cessata la continuazione (e non più, come oggi, dalla consumazione del singolo reato).

Ma, dal mio punto di vista, essere in linea con i princìpi costituzionali italiani e con gli impegni internazionali che abbiamo assunto, nonché con i condivisibili rilievi delle Corti europee, significa fondamentalmente ridurre i tempi del processo: a quel versante, con la salvaguardia di tutte le garanzie per le persone coinvolte, occorre guardare, per tendere ad un sistema che rispetti la tradizione illuministico-liberale dell’Europa e tuteli le libertà individuali.

In tale ottica, si potrebbero – tra le varie misure possibili – prevedere sempre notifiche telematiche (ad esempio, imponendo a tutti i soggetti comunque coinvolti nel procedimento penale – quindi, persone informate sui fatti, testimoni, consulenti – di attivare, dopo la prima notifica, una PEC) e limitare ulteriormente il dibattimento ai soli casi di ampia valutazione, incentivando in misura più decisa l’accesso ai riti alternativi.

Naturalmente, si potrebbe intervenire anche sui profili ordinamentali, gestendo cioè più razionalmente le esigue risorse esistenti, e sperabilmente sul versante della copertura di tutti gli organici ancora vuoti, sia per quel che attiene ai magistrati (ne mancano circa un migliaio) che per quel che concerne il personale amministrativo (qui i vuoti raggiungono quasi le diecimila unità).

Per quanto riguarda gli aspetti riconducibili al diritto penale, credo che la via maestra per abbreviare i tempi del processo possa essere rappresentata dalla riduzione della sfera del penalmente rilevante: ma deve essere il legislatore a effettuare le opzioni di fondo, con la abrogazione o con la depenalizzazione, in misura ancora più decisa di quanto ha fatto a gennaio di questo anno con due importanti provvedimenti; altrimenti, ci si deve affidare alle discrezionali scelte del pubblico ministero, in materia di selezione del materiale, e del giudice, con gli sdrucciolevoli istituti della sospensione del processo con messa alla prova e, soprattutto, della “particolare tenuità del fatto”.

Un Paese veramente moderno ed evoluto, in materia penale, è quello che garantisce – in tempi ragionevolmente brevi – l’accertamento della verità processuale per un numero di fatti, ritenuti meritevoli di essere qualificati “penalmente rilevanti”, numericamente limitati e, comunque, proporzionati alle capacità di smaltimento del sistema: ogni altra facile via rischierebbe di tradursi in visioni autoritarie, di matrice illiberale, senza peraltro conseguire i risultati attesi.

Bartolomeo Romano

(ITALPRESS).

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