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giovedì 29 giugno 2017
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CASO CORONA, DECISIONE GIP MIRA A RECUPERO SOCIALE

28 settembre 2016

Le vicende giudiziarie che hanno coinvolto l'ex "re dei paparazzi" Fabrizio Corona sono generalmente note; come pure sono conosciuti molti aspetti della sua vita. Non è certamente mia intenzione soffermarmi su questi ultimi profili, né dare giudizi personali. Ciascuno di noi si è potuto formare una idea e provare nei confronti di Corona i più svariati sentimenti.

Allo stesso tempo, di fronte a sentenze di condanna ormai definitive, i fatti posti a fondamento dei giudizi sono ormai cristallizzati; e anche su di essi ciascuno di noi può avere una propria opinione. La mia, da giurista, è che i fatti - una volta definitivamente giudicati - devono considerarsi accertati. Quindi, per me, parlano le sentenze: et de hoc satis.

Ma, continuando a ragionare in tal modo, occorre valutare la conferma dell'affidamento in prova intervenuto ieri ad opera del GIP di Milano. Cioè, sgombrando il campo dalla simpatia o dall'antipatia che abbiamo nei confronti di Corona. E provando a comprendere le complesse ragioni giuridiche che hanno condotto a questa ultima decisione, che ha già suscitato discussioni e polemiche, sia sui mezzi di informazione, che sui diversi social.

In punta di diritto, è avvenuto che Corona - condannato per una serie di reati - dopo aver scontato circa due anni e mezzo di detenzione in carcere, è stato ammesso all'affidamento in prova ai servizi sociali nella comunità Exodus di don Mazzi e, da circa un anno, ha ottenuto l'affidamento ai servizi sociali sul territorio, tornando a casa.

Ma su Corona pendeva un cumulo di condanne complessive superiore ai 13 anni di carcere. Nel 2014 il GIP Manzi aveva ridotto la pena complessiva a 9 anni per effetto del vincolo della continuazione tra vari reati che, secondo il giudice, facevano parte di un unico progetto criminale. Diverso il parere della Cassazione che a gennaio 2015 annullò questa decisione sollecitando un più approfondito calcolo della pena.

Il nuovo GIP, Moccia, ha riconosciuto a Corona la continuazione tra l'estorsione aggravata compiuta ai danni dell'ex calciatore David Trezeguet, la tentata estorsione attraversi i cosiddetti "foto ricatti" e la bancarotta della sua società "La Fenice". A differenza di Manzi, il GIP Moccia non ha però ritenuto di riconoscere il vincolo della continuazione tra questi ultimi reati e la corruzione dell'agente di polizia penitenziaria che introdusse uno smartphone a San Vittore permettendo a Corona di scattarsi un selfie dalla sua cella.

Quindi, a Corona resta un residuo di pena pari a 5 anni e 1 mese, 8 mesi in più rispetto alla quantificazione del precedente GIP. Un aumento che, però, mantiene la pena residua sotto i 6 anni e, dunque, può permettere a Corona di proseguire con l'affidamento in prova ai servizi sociali, invece che tornare in carcere per scontare la pena.

Il GIP, per spiegare la sua decisione, ha fatto riferimento alla tossicodipendenza di Corona, che lo avrebbe condizionato, contribuendo a causare le sue condotte delittuose.

Un percorso ragionevole, in punta di diritto. Da spettatori, da cittadini, dobbiamo sperare che Corona prosegua il suo recupero sociale; altrimenti, sempre secondo la legge, l'affidamento potrebbe comunque essergli revocato.

Da questa vicenda mi sembra emerga un dato di fondo: qualsiasi sia la nostra opinione, qualsiasi sia il nostro orientamento culturale, qualsiasi sia la nostra simpatia o la nostra antipatia nei confronti di un imputato o di un condannato, dobbiamo ragionare sulle questioni giuridiche conoscendo (magari solo a grandi linee) la legge. Perché ogni diverso modo di valutarle non è basato su un giudizio, ma su un pregiudizio. E dobbiamo sempre ricordare che, per l'art. 27 della nostra Costituzione, le pene devono tendere alla rieducazione del condannato; cioè alla sua risocializzazione, che - se avviene - porta benefici anche per tutta la comunità, cioè per noi tutti.

(ITALPRESS).

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