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giovedì 29 giugno 2017
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LE SCUOLE ACCADEMICHE

6 febbraio 2017

Le università hanno svolto una funzione decisiva nella storia della cultura occidentale. Lo stesso nome “universitas” vuole significare un tentativo cumulativo e complessivo, un’indagine sistematica, ove la scienza è parte integrante della cultura umana. 

La natura stessa dell’università è la trasmissione critica dei saperi e l’unione di insegnamento e ricerca. Questo ente tramanda problemi, soluzioni, esperienze, metodi di orientamento: è un grande istituto economico ai fini del sapere. L’istruzione universitaria ha come obiettivo non solo l’insegnare agli studenti le conoscenze acquisite, ma anche la modalità con cui le nozioni sono state introiettate, con i collegati avanzamenti. 

Il lemma e il concetto di università sono creazioni del medioevo. Le prime Universitates, infatti, ebbero cominciamento a Bologna, Parigi, Oxford, dove si svilupparono quasi in contemporanea nell’XI e XII secolo. 

A sottolineare l’importanza delle funzioni di docenza, si evidenzia che in greco le cattedre portavano il nome di thrónoi, troni. Identica parola che indicava il seggio del re o del giudice.

In un trattato del 1798 il grande Immanuel Kant evidenziò che “resta l’ammonimento universale che la ricerca filosofica e scientifica è indipendente dallo Stato e ad esso superiore, non solo perché riguarda il sacro diritto che ha l’uomo di coltivare il suo spirito liberamente, ma anche perché elabora gli stessi principi fondamentali eticopolitici, da cui dipende la vita dello Stato.”

Questi dettami e valori hanno accompagnato la storia dei sistemi accademici. Tesori che costituiscono l’idea essenziale di autonomia e libertà, indispensabili per il futuro e che è nostro dovere preservare. Il debito verso l’università si rapporta ai livelli di civiltà e benessere che l’istituzione ha fatto raggiungere alle generazioni. Gli atenei devono riconfermare – con costanza, pur nel mutare dei tempi – le loro vocazioni fondamentali: alla ricerca teorica, alla sperimentazione, all’indagine scientifica libera da vincoli di tempo e di finalità. Nell’ambito del requisito essenziale dell’autonomia, l’università deve confrontarsi con la realtà esterna e costituire il ponte tra scuola, lavoro e vita. 

L’asse portante dell’università era la Scuola, con maestro e allievi, ove si respirava un’idea alta dell’accademia. Aleggiavano rigore e priorità dell’interesse generale. I professori coscienti di essere “civil servant”, uomini delle istituzioni al servizio pubblico della pòlis, della comunità. Animati da trasporto, interesse, voglia di realizzare, inquietudine di pensiero e ansia di apprendere, sempre temperata dal dubbio. Pur nelle asperrime battaglie che le scuole combattevano per il primato. 

 

Quando il maestro è guida autorevole e possiede capacità maieutica si instaura una corrispondenza ideale tra chi insegna e chi apprende. A testimonianza si ricordano le parole che Dante rivolge al suo mentore Brunetto Latini, nella Divina Commedia: “chè ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uom s’etterna".

L’antico maestro era bravo, colto, autorevole, carismatico. Era temuto e riverito, anche se talora detestato. Oggi i “baroni” sono rimpianti. Per loro la sola aristocrazia era la coscienza di essere rivolti verso l’alto. 

Chi dirige con sapienza e saggezza è come la stella polare, ferma al suo posto – dicevano gli antichi – mentre tutte le altre ruotano attorno e si muovono con dinamismo e percorsi adeguati ai tempi. In questo contesto si colloca il rapporto maestro-allievo, sempre più oggi considerato archeologia vivente di semplice valore storiografico e antropologico. L’importanza di questo interscambio si colloca al livello del valore che ognuno attribuisce all’università e ai suoi compiti.

Un maestro non solo accetta il piacevole giogo di trasmettere criticamente il sapere ( come “sete d’anima”, ricordando Manzoni), ma entra nell’animo altrui per aprirlo al nuovo e all’ignoto, con un crescente potere intellettuale, culturale, psicologico. Lo statuto espistemologico si fonda su un linguaggio che promana dall’etica e su pulsioni d’animo. Un confronto tra esseri senzienti, con sotterranei rimandi. Un legame umano e scientifico infinitamente superiore a un incontro gerarchico o a un banale commercio di idee. Il maestro è quella persona che, viva o morta, resta un punto di riferimento, perché è stata capace di risvegliare le attitudini del discepolo a imparare, così come si accorda uno strumento musicale, per emettere il miglior suono possibile. 

In ogni caso analizzare la tipologia della scuola accademica è sempre un’intricata avventura intellettuale, perché il maestro pervade e dischiude.

Esistono tre tipologie di scuole. Nella prima il complesso maestro-allievo, oltre che sulla trasmissione critica dei saperi, si fonda su completa empatia, con fedeltà e gratitudine. In questo contesto l’allievo può superare il maestro, con sinceri sentimenti da parte di quest’ultimo nel favorire questa sfida leale, assistendo alla crescita di un essere intellettuale che gli somiglia. 

La successiva è la scuola ove il dissenso scientifico e le divergenze culturali diventano crescenti e insanabili, come nel rapporto Freud-Jung, ove l’allievo diventa critico severo, contro l’ortodossia del proprio mentore.

La terza tipologia è quella dove prevale l’impulso di Giuda, covato e dissimulato per anni e anni dall’attuale prediletto. Questi, camaleonte con perfidia e ossessione di potere, si caratterizza per ipertrofica necessità di affermazione, da realizzare a qualunque costo, a qualunque prezzo, a qualunque tradimento. Vuole solamente emergere, colpire, comandare, facendo strame della gratitudine. Vero e proprio parricidio accademico. 

Azioni equivalenti a quelle messe in opera da Heidegger – filosofo e rettore nazista, corifeo di Hitler – contro il suo maestro Hüsserl, calpestando anche la loro pregressa amicizia, frequentazioni, intimità. 

La crescente opacità delle citate strutture culturali è certo dovuta a un generale declino del sistema universitario, tranne eccezioni non numerose. Ma anche capi-scuola e direttori vi hanno contribuito. Falsi maestri che, con fiacca e pavida prudenza, non si sono mai pronunciati sui grandi temi della società. Pretendendo solo sottomissione al loro dominio. 

Una mutazione antropologica del professore, con il diffondersi di un’era culturale geologica nuova, l’“antropocene universitario” che ha modificato strutturalmente l’alta formazione. Nelle comunità scientifiche quando la guida è carente, deviata o inesistente si determinano squallide conseguenze. Non v’è armonia, ma prevalgono e si intersecano gelosie, invidie, egoismi, violente e scorrette emulazioni tra gli apprendisti, per chi vuole divenire il favorito.

Il complesso di queste devianze venne, da Benedetto Croce, definito “universitarismo”. Egli, maestro di regola intellettuale, ammoniva che, contro i mali propri della vita universitaria, bisogna invocare e cercare il rimedio, non già nella distruzione dell’istituto, ma nel sentimento della dignità, nella libertà interiore, nello scrupolo morale, nella forza del volere. E queste disposizioni morali sono doveri di tutti. 

Nei nostri tempi l’agenda dei problemi italiani è complessa e preoccupante. Ma uno, in particolare, appare prioritario: l’alta formazione e il futuro dei giovani. Il nostro è un Paese da sbloccare.

Mentre, al contempo, troppa politica invade la scienza: nell’entità dei finanziamenti, nel privilegio di alcune strutture, nel delineare e favorire aggregazioni ancelle del potere. Tale “epidemia di politica” sta avvelenando la scienza. L’alta formazione si è sempre più assimilata alla politica. 

Molti ritengono che l’ampliarsi della palude accademica sia dovuto al familismo e nepotismo, con la meritocrazia punita attraverso la raccomandazione. Noi pur tifosi, estimatori e sostenitori della meritocrazia riteniamo che questo disvalore sia una concausa e non l’elemento basilare.

In particolare si fa riferimento a: continua e ingravescente carenza di risorse per la ricerca scientifica; modesta innovazione; limitati sensori atti a scandagliare le nuove competenze; scarsa presenza di reti e poli infrastrutturali; omertà e privilegi che premiano i mediocri; nuove competenze; scadente qualità dell’istruzione; limitata internazionalizzazione, che non produce orientamenti strategici globali; contrazione quantitativa dei docenti e diminuzione del numero degli studenti immatricolati; inadeguatezza all’auto-correzione; incapacità di esplorare giacimenti antropici di saperi, creatività, ricerca. 

Il mondo dei saperi spesso non produce conoscenze interdisciplinari, con docenti sempre più tormentati dalla pressione del tempo. Anche per queste motivazioni l’Italia corre il rischio di diventare un paese nomade, che manda all’estero le avanguardie giovani, colte e scientificamente preparate

È necessario utilizzare al meglio tutte le diverse opportunità di cui si avvalgano i nativi digitali finalizzandole a tali obiettivi. Un vero e proprio patto civico, con movimento di idee, appello di responsabilità, positivi ritorni economici e di lavoro. Per la crescita del Paese.

Adelfio Elio Cardinale

 

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