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martedì 21 novembre 2017
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LA RIFORMA FISCALE DI TRUMP, UNA QUESTIONE EUROPEA

5 novembre 2017

Il più bel regalo di Natale agli americani. Così Donald Trump ha descritto il varo della sua tanto attesa riforma fiscale, che taglia drasticamente il numero delle aliquote e il loro peso sui guadagni di cittadini e imprese Usa. Riduzione da sette a quattro delle aliquote, in una forchetta che va dal 12,5 al 39% per le persone fisiche, robusta riduzione dal 35 al 20% dell'Imposta sulle società. Era uno dei cavalli di battaglia della tanto criticata campagna elettorale di super Donald, e sono quindi forti le aspettative perché il Congresso la approvi senza sostanziali modifiche.

E per la prima volta dopo i mesi di forti contrasti che hanno caratterizzato la partenza della Presidenza Trump, il magnate riesce a coagulare il quasi unanime consenso del partito repubblicano che lo ha sostenuto nella corsa alla Casa Bianca. E anche fra i democratici si intravvede qualche apertura su questa riforma che anche Obama avrebbe voluto mettere in cantiere. Ma, fatte salve le intuibili agevolazioni ai bilanci di cittadini ed imprese Usa, quelle che cominciano ad apparire chiare sono le ricadute economiche e politiche della mossa di Trump nei confronti della concorrenza asiatica e, soprattutto, europea.

Sembra infatti evidente l'obiettivo di portare un pesante attacco all'attuale sistema che agevola gli investimenti americani fuori dai confini nazionali per riportarli con decisione negli Stati a stelle e strisce. Aveva cominciato Obama ad attirare questi investimenti, ma in modo cauto e parziale, come quando agevolò la Fiat nella acquisizione della moribonda Chrysler. Adesso la mossa di Trump generalizza questa facilitazione ed è facile immaginare la forte attrazione di investimenti nel territorio americano.

Perfino le grandi multinazionali del web, messe nel mirino dai legislatori europei, potrebbero riconsiderare le loro scelte strategiche. La riforma fiscale di Trump rischia però di spiazzare una concorrenza europea dilaniata da divisione interne e da una grande varietà di politiche impositive. Manca nel nostro continente una qualsiasi parvenza di politica fiscale unitaria. Fortissime sono le differenze nella tassazione delle imprese. Si va dal 32-33% di Francia e Germania al 28 dell'Italia, all'attrattiva e quasi scorretta aliquota del 12,5% dell'Irlanda.

Ognuno pensa di muoversi in modo autonomo e del resto l'attuale impostazione anarchica della politica fiscale UE lo consente. Qualcosa si muove verso un taglio delle aliquote, come promette Macron in Francia, ma ciò avviene sotto la spinta di una prevalente demagogia e non di una programmazione vera. Quello che dobbiamo immaginare avverrà anche in Italia, in vista della prossima competizione elettorale. Il taglio delle tasse è da sempre argomento di facile demagogia, sarà così anche questa volta.

Giuliano Zoppis

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