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venerdì 28 aprile 2017
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EDITORIALE DEL CARD. GIANFRANCO RAVASI "IL SAMARITANO E LO SPORT"

6 febbraio 2016

DI GIANFRANCO RAVASI PER L'AGENZIA ITALPRESS *

L'anno giubilare della misericordia può offrire l'occasione per una riflessione anche al mondo dello sport. Lo facciamo anche noi proponendo una pagina evangelica di grande intensità umana il cui messaggio generale potrebbe adattarsi simbolicamente anche all'orizzonte sportivo che sta vivendo un periodo travagliato.
Un giorno, "un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: "Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?". Gesù gli disse: "Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso". Gli disse: "Hai risposto bene; fa' questo e vivrai". Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: "E chi è mio prossimo?".
Gesù riprese: "Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno".
"Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?". Quello rispose: "Chi ha avuto compassione di lui". Gesù gli disse: "Va' e anche tu fa' così"" (Luca 10,25-37). Una pista si snoda tra i monti brulli del deserto di Giuda e scende di balza in balza dagli 800 metri di Gerusalemme agli oltre 300 sotto il livello del mare dell'oasi di Gerico. Un corpo insanguinato giace sul ciglio di quella strada: un'incursione di predoni l'ha ridotto così, abbandonandolo nella solitudine della steppa. L'attesa di un passante si fa spasmodica per noi che stiamo seguendo la scena, ascoltando la narrazione di Gesù. Ed ecco, finalmente da lontano un sacerdote del tempio di Sion che, terminato il suo culto, rientra a Gerico, una città residenziale di sacerdoti.
Subito, però, la delusione: "quando lo vide, passò oltre" dall'altra parte della pista, preoccupato di non contaminarsi col sangue di un ferito o forse, peggio, con un cadavere. Per la legge biblica, infatti, questo contatto l'avrebbe inabilitato al culto per un certo periodo, rendendolo appunto "impuro". Ma ecco ancora il rumore di altri passi: è un levita, anch'egli dedicato al servizio liturgico del tempio gerosolimitano. Di nuovo la delusione: anch'egli "vide e passò oltre". Ormai la tensione è al suo vertice. Per quel poveraccio mezzo morto la speranza si affievolisce.
C'è, però, un terzo viandante, un samaritano: ci si può aspettare qualcosa di buono da un "eretico", avversario degli Ebrei, nonostante la coabitazione nella stessa terra? Eppure è solo lui che si ferma, si accosta e si china sullo sventurato: lo guarda e ne prova "compassione". Questo vocabolo non deve ingannarci rimandando alla generica pietà di un operatore sanitario: nel greco del Vangelo di Luca è il verbo più appassionato che compassionevole dell'amore misericordioso. È, infatti, il termine splanchnízomai che evoca le viscere materne, l'emozione più intima, intensa e delicata.
Non per nulla il suo è un amore operoso e affettuoso: fascia come può le ferite, vi versa sopra vino e olio secondo i metodi del pronto soccorso antico, carica la vittima sulla sua cavalcatura e la depone solo quando giunge al primo caravanserraglio che funge anche da albergo, e per due volte Gesù ricorda il suo "prendersi cura" di questo infelice, non esitando a contribuire personalmente con una somma di denaro ai costi del soggiorno. Il racconto evangelico è molto attento nel sottolineare la dimensione personale di questi atti. È ciò che viene indicato attraverso la ripetizione quasi martellata del pronome personale greco autós: "passò accanto a lui, gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in albergo, si prese cura di lui... Abbi cura di lui!".
Il sacerdote e il levita incarnano la religiosità rigida e formale che separa dal prossimo. Il samaritano rappresenta la vera fede che si unisce al dolore altrui con misericordia per alleviarlo. Se volessimo attualizzare l'impatto che la parabola generava nell'uditorio di Gesù, potremmo ritrascrivere il racconto come ha fatto un teologo americano. "Immagina tu, bianco razzista, magari affiliato al Ku Klux Klan, tu che fai chiasso se in un locale pubblico entra un negro e non perdi l'occasione per manifestare il tuo disprezzo e la tua avversione per la gente di colore, immagina di trovarti coinvolto in un incidente stradale su una via poco frequentata e di star lì a dissanguarti, mentre qualche rara auto con un bianco alla guida passa, rallenta ma non si ferma. Immagina che a un certo punto si trovi a passare un medico di colore e si fermi per soccorrerti...".
In finale vorremmo riservare un cenno alla cornice del racconto di Gesù e alla domanda di quel dottore della legge: "Chi è il mio prossimo?". Interrogativo "oggettivo", quasi accademico destinato a definire chi sia il vero prossimo meritevole di tale titolo. In finale è Gesù a rilanciargli la domanda. Essa, però, è ben diversa: "Chi di questi tre è stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?". Il ribaltamento è evidente: invece di discutere "oggettivamente" sulla definizione del prossimo (italiano, europeo, africano), Cristo invita a comportarsi "soggettivamente" da prossimo nei confronti di chi è nella necessità e che interpella la nostra umanità e la nostra misericordia.
Una necessità più che mai attuale, che si manifesta nella società moderna con diverse sfumature. I briganti che assalgono l'uomo, in una visione metaforica, possono assumere i tratti dei mali di oggi. Quelli con cui l'umanità è costretta a lottare ogni giorno: disperate migrazioni di massa, povertà, terrorismo, corruzione. Anche lo sport, il momento ludico per eccellenza, potrebbe apparire ai nostri occhi come un uomo aggredito e derubato, agonizzante sul ciglio di una strada. "Giri di scommesse", evasione fiscale, doping, estorsioni, scandali si susseguono scalfendo la credibilità delle istituzioni ma soprattutto la passione della gente. All'indignazione spesso consegue l'allontanamento, una tentazione che è rischiosa anche per la vita sociale perché il gioco è stato capace di unire i popoli da millenni. Proprio nel rifiuto dell'indifferenza, incarnata nella parabola del sacerdote e del levita, e nell'impegno concreto delle istituzioni e degli stessi sportivi per una rigenerazione della loro attività, potrebbe risiedere la soluzione per permettere allo sport di tornare a essere divertimento ed entusiasmo e strumento efficace di convivenza sociale.

* Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
(ITALPRESS).

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