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giovedì 24 agosto 2017
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CRISI SOCIALE SI AGGRAVA, SERVE SVOLTA

26 maggio 2016

Basterebbe la fotografia scattata dall'Istat sullo stato dell'economia del Paese per confermare che è proprio l'indirizzo di fondo delle politiche economiche del Governo ad essere sbagliato e non solo le sue singole misure.

Che l'errore sia condiviso dai Governi dei Paesi dell'Eurozona non riduce, anzi aggrava, la dura constatazione. Cresce (seppur di poco) il Pil e crescono (seppur di poco) gli investimenti ma il bilancio sociale peggiora ancora. Il che dice che oggi va male ma domani, se si proseguisse così, non andrà meglio, anzi. Oggi il problema è l'incapacità del sistema economico di uscire in modo chiaro e forte dalla lunga crisi. La deflazione sembra essere un nemico invincibile per le politiche governative e l'orizzonte di una crescita consistente si rivela inavvicinabile. Le politiche di austerità, quandanche corrette su una linea cautamente espansiva, lavorano contro l'obiettivo da esse dichiarato. È stato così col debito ed è così rispetto alla crescita.

Ma i dati Istat dicono qualcosa di assai più grave. Parlano di un problema qualitativo che questa concezione dell'economia non può risolvere. Se anche si pervenisse, su questa base, a realizzare quel qualche elemento di crescita auspicato ma oggi inesistente, gli indicatori sociali resterebbero inchiodati sui drammatici valori negativi che la realtà ci propone.

La crisi sociale cioé, su queste basi, è destinata ad approfondirsi e proprio per ragioni strutturali. La ristrutturazione industriale e le innovazioni del prodotto e della produzione possono guadagnare competitività alle aziende interessate ma, anche in esse, l'occupazione diminuisce invece che aumentare. Si veda per tutti il caso dell'auto.

Lo Stato, sull'altro versante, non si produce in una politica di investimenti pubblici indirizzati all'occupazione e, al contrario, continua a restringere la sua presenza nella società e nell'economia. Il mercato interno è compresso da una dinamica salariale ridotta a pura variabile dipendente mentre la precarietà si allarga sino ai lavori in voucher. Così anche il lavoro diventa povero.

Il punto di crisi delle politiche governative risulta così evidente. Se si persegue solo la competitività e la produttività aziendale mentre si peggiora la produttività sociale il convoglio non riparte perché ha il piombo nell'ala. Se poi lo Stato rinuncia, come rinuncia, a fare l'occupatore in ultima istanza, come suggeriva già allora inascoltato Federico Caffè, allora la crisi della coesione sociale diventa non solo il presente ma il destino della nostra società.

Fausto Bertinotti

(ITALPRESS).

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